I paventati tagli hanno infatti innescato una scintilla che ha finalmente sollevato le teste dagli spartiti per affermare il nostro diritto all'esistenza, ma anche e soprattutto per difendere il diritto dell'intera cittadinanza alla cultura.
Tramite lo sciopero della fame contro ogni tipo di attacco ai danni del teatro e dei suoi lavoratori, abbiamo ottenuto vastissima visibilità mediatica ed il consenso e l'appoggio di rilevanti personalità quali il Presidente Ciampi, l'on. Bertinotti, il Ministro Buttiglione, il Procuratore Caselli, il Cardinal Poletto, Corrado Augias, Maurizio Costanzo, e molte altre.
Contemporaneamente in molte città abbiamo intrapreso iniziative finalizzate alla sensibilizzazione ed al coinvolgimento del pubblico: spettacoli congiunti gratuiti, giornate di musica no stop, volantinaggio informativo e visite al teatro per colmare il distacco emotivo tra platea e palcoscenico.
In questo modo abbiamo chiesto solidarietà tramite raccolta di firme. Il numero complessivo che si sta raggiungendo dimostra che il pubblico appoggia e sempre appoggerà i lavoratori nelle lotte e proteste contro chi vede loro come una causa di sperpero e ne vuole abbassare il livello occupazionale ed artistico.
Anche gli incredibili ed interminabili applausi ricevuti in occasione del Requiem eseguito simultaneamente agli altri teatri dimostravano che non siamo soli, e che la cosiddetta musica colta non è un prodotto solo di nicchia come si vuol far credere.
Qualità non è sinonimo di elitarismo.
Noi crediamo che non si possano applicare ad un teatro le leggi di mercato che regolano una qualsiasi azienda, il prodotto di un teatro è l'arte e ciò significherebbe svilirne il prodotto. Si parla spesso della produttività dei teatri. La produzione artistica però non può essere quantificata con le ore di lavoro, ma con il risultato ottenuto. Il livello qualitativo dell'esecuzione è il nostro prodotto e la qualità di un organico artistico può essere data unicamente dall'affiatamento. Siamo inoltre concordi nell'intento di lottare contro una ulteriore precarizzazione del nostro lavoro, larghissima parte del quale è già troppo rappresentata da contratti professionali ed a termine. Se vengono a mancare certi presupposti, la produzione diventa subito scadente, quindi perdente.
Un teatro non è un mero contenitore di spettacoli ma una fonte di risorse che, se ben valorizzata, può anche servire da volano per il rilancio dell'economia del paese.
Si tratta di volerlo.
Citando Federico Garcia Lorca:
Un popolo che non sostiene il suo teatro o è morto o è moribondo.
Documento sottoscritto in seguito anche dalle RSU del Teatro Stabile di Torino, del Teatro S. Carlo di Napoli, del Teatro La Fenice di Venezia e del Teatro Goldoni di Venezia.















San Carlo, anche Vendola aderisce al digiuno
DONATELLA LONGOBARDI La lista, ora è davvero lunga. Lo sciopero della fame per protestare contro i tagli al Fus, il fondo unico per lo spettacolo, iniziato nei giorni scorsi al San Carlo, s’allarga e continua a sconfinare anche oltre regione. Perché dopo quella del presidente del consiglio della Basilicata, Filippo Bubbico, arriva dalla vicina Puglia l’adesione che fa più effetto, quella del presidente, Nichi Vendola. Mentre da Santa Lucia, dopo l’adesione di Andrea Cozzolino, anche Teresa Armato, assessore alla ricerca, s’aggiunge ai digiunanti a staffetta. «Mercoledì - annuncia - farò lo sciopero della fame per il San Carlo. Mi sembra sia doveroso sollecitare una maggiore attenzione del Governo centrale verso la cultura e il San Carlo, è una questione di civiltà». Una questione che coinvolge anche direttamente Daniele Abbado, regista e figlio del direttore, Claudio, che dai teatri di Reggio Emilia comunica la sua partecipazione all’iniziativa varata da Gianvito Ribba, corista ed esponente della Cgil nella rsu del teatro, il quale dopo quattro giorni di digiuno ha fatto ricorso alle cure del Policlinico. Al suo posto, dunque, è iniziata una lunga staffetta che coinvolge tra gli altri il sovrintendente Lanza Tomasi e il regista dello spettacolo di apertura della stagione, Toni Servillo. Tra le new entry sancarliane da registrare quella del direttore generale del San Carlo Mariano Apicella, del segretario artistico Alessandro Bonelli, di Emanuela Spedaliere, direttore sponsoring, e di Florence Forin, Marco De Rosa, Ghia Tedeev, Margherita De Angelis, Raffaella Tramontano, Stefano Valanzuolo. Dalla direzione artistica del Comunale di Modena, invece, aderisce Davide Giglioli, il teatro di Trento con Alfonso Malaguti e il Rendano di Cosenza con Italo Nunziata. E poi i politici di schieramento giovernativo: il capogruppo di Fi al Consiglio Comunale Francesco Bianco e Luciano Schifone, coordinatore regionale di An. «No, è evidente che la mia più che una protesta contro il governo è un atto di solidarietà al mondo artistico», edordisce Schifone, «c’è da sollecitare l’attenzione del Governo ma anche quella della Regione, visto che nel bilancio di previsione c’è un taglio proprio per le spese destinate alla cultura legate alle nuove tasse istituite dall’ente». E attacca la Regione anche Bianco: «Il governo regionale ha decurtato il finanziamento del trenta per cento. Ma bisognerà che i parlamentari di Napoli intervengano anche in sede di rivisitazione del bilancio percché il San Carlo ha bisogno di risorse pubbliche visto il disinteresse dela nostra ricca borghesia. Se perdiamo anche questo pezzo di storia rappresentato dal San Carlo, allora veramente si deve dire “Napoli addio”». «Sono vicino ai lavoratori del San Carlo che, insieme ai loro colleghi di Firenze e Bologna, in queste ore stanno protestando con uno sciopero della fame contro i tagli della Finanziaria 2006 a danno del Fus», scrive invece il governatore della Puglia in un comunicato in cui mette in evidenza i pericoli che possono derivare da una diminuzione di 60 milioni di euro. «Equivale - dice Vendola - a mettere in ginocchio tutta una serie di produzioni e a pregiudicare migliaia di posti di lavoro nel settore dello spettacolo. Da sempre questo settore viene a torto considerato una zavorra di cui liberarsi, senza però prevedere le conseguenze che derivano da una politica suicida che rischia di far precipitare l'Italia in un precipizio di rozzezza esistenziale assolutamente indegna per un Paese come il nostro».