Corriere del Mezzogiorno
10 agosto 2007
A che servono spettacoli eccelsi se si violano i diritti?
di di Tony Stefanucci *
Intorno alle vicende del Teatro di San Carlo, quelli che devono stanno già facendo quadrato magnificando in termini superlativi, gli «eccelsi» risultati ottenuti artisticamente a giustificazione dei debiti accumulati dalla Fondazione. Personalmente sono nel coro di quelli che sostengono che i soldi spesi per la cultura non sono mai abbastanza, ma non a tutti i costi e non a danno degli altri.
Apprendo dai giornali (che per me ormai fuori del gioco, non avendone altre, sono l’unica fonte di informazione attendibile) della quantità e della natura dei debiti accumulati dal San Carlo. Non mi preoccupa tanto la quantità, che merita certamente anche più di una oculata e scientifica riflessione, ma la natura di essi è veramente preoccupante. Stando ai giornali che ne riferiscono in dettaglio, il debito ammonterebbe a circa 25 milioni di euro (pari a circa 50 miliardi di vecchie lire, che fa un po’ più effetto) la maggior parte dei quali riguardano il mancato versamento dei contributi previdenziali, cioè il San Carlo ha fatto degli spettacoli, sia pure «eccelsi » con i soldi dei contributi previdenziali dei suoi dipendenti. Un tempo questo sarebbe stato pane per i denti della sinistra politica e sindacale, che avrebbe schierato in campo tutte le forze disponibili armate di roncole e martelli per mettere a ferro e a fuoco l’Amministrazione. Come cambiano i tempi. Le cose stanno più o meno così: il Teatro di San Carlo è una fondazione a totale finanziamento pubblico-privato, ivi compresi abbonamenti e sbigliettamento. Questi finanziamenti devono coprire le spese carenti della struttura, gli stipendi dei dipendenti, le parcelle professionali a cantanti, direttori di orchestra, registi, scenografi, costumisti ecc. «Tutti eccelsi» (questo aggettivo superlativo non l’ho mai sentito usare per una Margherita Walman o per un George Wachevich) ma forse sarebbe meglio che fossero un po’ meno «eccelsi », ma più competenti nello specifico. I conti poi degli allestimenti dovrebbero essere limitati alle sole forniture di materiale in quanto la forza lavoro interna, specializzata per questo, provvede alla realizzazione e alla esecuzione degli spettacoli.
Gli stipendi dei dipendenti vengono tassati a monte e in questa decurtazione, dal lordo al netto, sono compresi i contributi previdenziali che l’azienda trattiene e versa per conto del dipendente qualora questi dovesse distrarsene. Questa distrazione che spesso avviene in categorie non dipendenti si chiama, mi pare, evasione e viene perseguita per legge.
Stessa cosa credo che avvenga dalle piccole alle grandi imprese: se il salumiere che ha alle dipendenze un commesso e non gli versa i contributi previdenziali credo sia perseguibile per legge. E qui sorge spontanea e preoccupante la domanda: se l’Amministrazione di una fondazione come il San Carlo, a finanziamento pubblico- privato distrae circa 25 milioni di euro pari a circa 50 miliardi di vecchie lire, destinati alla copertura dei contributi previdenziali (peraltro già versati dai dipendenti) — per fare spettacoli «eccelsi» — ma senza avere nessuna possibilità presente o prospettiva futura di ripianare la distrazione, come dimostra il provvidenziale e forse pianificato commissariamento che cosa gli succede?
