Richard Owen in Rome
Lissner: "Qui va in scena la schizofrenia"
"Siamo i migliori, ci vuole una legge di riforma che riconosca alla Scala il ruolo che ha, come accade a Vienna e Londra"
di Paolo Zonca
Stephane Lissner
Dopo un mese di trattative, dibattiti, minacce di scioperi e di contestazioni, la "prima" della Scala è salva, e stasera il sipario si alza sul Tristan und Isolde di Wagner. Una vittoria importante, certo, per il sovrintendente Stéphane Lissner, che ha gestito la crisi della Scala con moderazione. Ora, però, comincia per lui una doppia partita: da una parte c´è la discussione sul contratto integrativo aziendale, che inizierà il 17 dicembre. Dall´altra c´è una sfida ancora più importante: quella di ottenere dal ministero il riconoscimento della Scala come teatro nazionale.
«Quanto è accaduto in queste settimane solleva un interrogativo: siamo sicuri che tutte le fondazioni sono uguali? Non credo» dice Lissner. «A chi vengono fatte richieste per tournée in tutto il mondo? Alla Scala. Chi ha aumentato la produttività passando da
Il primo ostacolo è
«È una legge che pone dei vincoli. Tutta la vertenza mette in luce che
A cosa sta pensando?
«Ci vuole una legge di riforma che riconosca alla Scala il ruolo di teatro nazionale, come accade all´Opera di Vienna, al Covent Garden, come è successo in Francia per il Théatre d´Europe. Non pretendo che si faccia subito: ci vuole del tempo, almeno quattro o cinque anni, e io sono a Milano da due e mezzo. Nel passato ci hanno provato Ghiringhelli, Badini, Fontana. Ci sto provando anch´io. Forse ci riuscirà il mio successore. Mi piacerebbe che fosse un regalo per il 2011, per i 150 anni dell´unità d´Italia. Ma una cosa deve essere chiara: un giorno sarà troppo tardi per questo teatro».
Lei si è molto speso presso il ministero, e il 10 dicembre si discuterà a Roma un testo di modifica della legge. Non ha paura delle lungaggini burocratiche, dei ritardi?
«Il ministero ha preso un impegno, e io mi fido. Penso che entro dicembre sarà cambiata. Se questo non accadesse,
In questo caso si dimetterebbe?
«Non sono abituato a usare il ricatto: non dico, o ottengo questo, o me ne vado. Certo, però, si creerebbero grossi problemi».
La sospensione dei contributi della Pirelli può creare difficoltà finanziarie al teatro?
«Sono molto pragmatico: si tratta di 2,7 milioni di euro in meno per il 2008. La differenza andrà coperta con altri sponsor. Intanto c´è una buona notizia: l´azienda Mapei entra come socio fondatore con 5,2 milioni di euro per quattro anni. Ne troveremo altri. C´è chi pensa che ci sia disinteresse per
La vertenza degli ultimi giorni ha minato l´unità del teatro?
«Si è creata una certa schizofrenia: gli orchestrali che contestano sono gli stessi che poi suonano Wagner benissimo, e lo dice anche Barenboim. Io quella schizofrenia vorrei diminuirla. Soprattutto credo che si debba evitare che una parte del teatro si accanisca contro l´altra, che gli uni pensino che solo altri siano privilegiati».
Nell´assemblea di martedì, c´è chi ha proposto che il 7 dicembre sia tolto dal calendario sindacale. È d´accordo?
«Non dico né sì né no, ma la presenza del 7 dicembre ha qualcosa di deviante e danneggia le relazioni sindacali. Invece dovrebbe essere semplicemente un inizio di stagione. In un rapporto adulto tra teatro e lavoratori si potrebbe decidere insieme che è un´arma di pressione che non giova a nessuno».
Cosa pensa della protesta con il lutto al braccio?
«In un mondo dove ci sono tante morti dolorose, mi sembrerebbe di cattivo gusto. Spero che decidano di non farlo».
(07 dicembre 2007)
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Sandro Malatesta del Fials, il sindacato che riunisce gli orchestrali «Scala, proposta di Rutelli non è soluzione» «La sua lettera ha complicato le cose: i problemi di Milano si risolvono a Milano. Serve un emendamento alla Finanziaria sull'integrativo» |
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«Quella proposta da Rutelli non è una soluzione. La gente qui alla Scala è arrabbiata». Sandro Malatesta del Fials, il sindacato che riunisce buona parte degli orchestrali, non usa mezze misure per liquidare l'invito del vicepremier a evitare scioperi per aprire martedì un tavolo nazionale sul contratto e quelli locali sull'integrativo a partire dal primo gennaio. Sabato i sindacati interni del teatro si troveranno per discutere della lettera inviata dal ministro, ma Malatesta ha già le idee chiare. «Io andrò a dire quello che pensano i lavoratori. Rutelli ha fatto arrabbiare molti di loro perché pone problemi che non sono i nostri: qui la produttività è già aumentata». Per il sindacalista la lettera di Rutelli «ha addirittura complicato le cose: i problemi di Milano si risolvono a Milano e se la direzione non lo capisce, sbaglia». A suo avviso non servono un tavolo nazionale e una revisione della legge Asciutti quanto piuttosto un emendamento alla Finanziaria che sblocchi le cose perché «la gente ha seguito i lavori sull'integrativo per mesi e ha ragione di chiedere». SGARBI VS MORATTI - Gli altri sindacati mantengono qualche cautela in più nelle dichiarazioni in vista della riunione di sabato (che serve a preparare il coordinamento nazionale di lunedì). Il primo a rompere gli indugi in mattinata è stato l'assessore alla Cultura, Vittorio Sgarbi, che ha detto di considerare quella del vicepremier «una soluzione che non risolve». Affermazione per nulla condivisa dal sindaco Moratti, presidente della fondazione Scala, che, dopo le dichiarazioni di Sgarbi, ha scritto un comunicato per sottolineare il suo «apprezzamento» dell'impegno di Rutelli alla ricerca di una corretta soluzione ai problemi sollevati dalle rappresentanze sindacali della Scala e degli altri teatri lirici. Anche la riunione dell'Anfols (Associazione nazionale fondazioni liriche e sinfoniche), a cui ha partecipato il sovrintendente Lissner, ha dato un giudizio positivo dell'iniziativa del ministro. 23 novembre 2007
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Luca Del Fra
l'Unità 13/10/2007
Chiuderà il Teatro San Carlo di Napoli? La domanda la pone un lettore - la sua missiva è stata pubblicata ieri - e ha la sua urgenza. Da quando con un decreto del primo agosto il Ministro per i Beni e le Attività Culturali Francesco Rutelli ha commissariato il teatro partenopeo, la situazione non sembra chiarirsi, anzi si è avviata verso uno stallo surreale. Le dichiarazioni d'intenti piovono da più parti e lo stesso Ministro in visita a Napoli per il neonato Teatro Festival Italia ha affermato: «Vogliamo restituire al San Carlo una amministrazione efficiente e il commissario Nastasi sta lavorando per uscire da questa crisi», per poi accomodarsi nella platea del teatro e assistere a uno spettacolo d'incantatori indiani di serpenti. Nel frattempo l'ex sovrintendente Gioachino Lanza Tornasi, che dopo il commissariamento era rimasto come consulente, si è dimesso il 30 settembre e durante la presentazione della stagione che si aprirà a dicembre ha dichiarato: «Qui oggi non c'è nessun rappresentante degli enti territoriali. La condizione napoletana non è di solidarietà, e dunque lascio». L'amarezza di Lanza è comprensibile, ma qual è la vera situazione del San Carlo? Il commissariamento di agosto trovava giustificazione ufficiale negli oltre 4 milioni di euro di passivo nel bilancio consuntivo 2006, ma i mali del San Carlo hanno radici più profonde: infatti, ciò che dovrebbe preoccupare di più è un debito di oltre 37 milioni di euro, a fronte di 5,7 milioni di crediti. Occorre tenere presente che i debiti a medio e lungo termine ammontano a 29,6 milioni, e una buona parte di questi dipendono da un Fondo Pensioni istituito negli anni 70, che essendo un Fondo senza fondi deve essere pagato dal teatro e costa oltre 2,5 milioni di euro l'anno (cifra cospicua paragonata ai 7 milioni di costi artistici della stagione, cioè le spese per gli spettacoli). Si aggiungano i tagli alla cultura del governo Berlusconi nella Finanziaria del 2006, per cui il San Carlo è stato deprivato dallo stato di 6 milioni di euro e si ha un quadro della situazione, ulteriormente peggiorata da un altro paradosso italico: il San Carlo non è proprietario del San Carlo, cioè la Fondazione San Carlo di Napoli non possiede il teatro ma ne è solo usufruttuaria e dunque lo stabile non fa parte del patrimonio. Ma in realtà la situazione di questa storica istituzione partenopea è incomprensibile se non è inquadrata nel passaggio alla gestione privata dei grandi teatri d'opera italiani, oggi Fondazioni, prima Enti lirici. La legge Veltroni-Melandri, ispirata alla Scala, ha avuto conseguenze sfavorevoli per le altre Fondazioni, in particolare quelle meridionali. L'apporto dei privati alla cultura è stato deludente, e la legge, anche al di là delle sue intenzioni, si è dimostrata un alibi per un progressivo disimpegno dello stato. Così oggi le Fondazioni che riescono a vivacchiare sono quelle supportate energicamente da Regioni, Province e Comuni di appartenenza. Purtroppo una politica localistica e un po' cieca ha preferito sponsorizzare più che altro manifestazioni canzonettistiche o di chiaro stampo populista e auto-promozionale dell'amministratore di turno, abbandonando storiche istituzioni sulle quali i pochi privati disposti a investire non di rado vogliono allungare le mani. A questo punto è giusto rispondere ai dubbi del nostro lettore facendo una previsione: no, il Teatro San Carlo non chiuderà. Nei meandri parlamentari della legge Finanziaria del 2008 si troverà una maggioranza trasversale per votare un emendamento che lo salvi. Ovvio, sarà una pezza e non un vero risanamento e avrà anche un prezzo politico: al posto di un uomo di cultura come Lanza Tornasi, che è pure di sinistra, si sceglierà un travet, se non di destra almeno vacillante tra le due ali.
Il Mattino di Napoli in data 13 settembre ha fatto il toto nomine: Filipppo Zigante, Renzo Giacchieri, Canessa Jr e Maurizio Pietrantonio. Se i nomi fossero questi occorrerebbe chiedersi: può da loro venire una buona notizia per il teatro fondato dai Borbone?
OGGI IL CORRIERE DEL MEZZOGIORNO SCRIVE :
Rutelli: «Napoli all’altezza delle attese Ma la manifestazione resta itinerante» - 11/10/2007
«Il prologo del Festival dimostra di essere all’altezza delle aspettative. Napoli sarà in questi giorni una capitale internazionale del teatro, come Edimburgo e Avignone. Questo è un messaggio prezioso per e dalla città». Con toni incoraggianti Francesco Rutelli commenta i primi passi mossi dal neonato Festival Teatro Italia.Manon promette nulla per il futuro: «Trasformarlo in una manifestazione stabile? Resterà itinerante, tra tre anni bandiremo una nuova gara». Dal canto suo, Bassolino non si lascia scoraggiare e rilancia: «Abbiamo acquisito un know how, resterà un nostro patrimonio e continueremo a fare un nostro festival oltre a gareggiare per il nuovo bando. Cercando di far valere un’argomentazione precisa: i festival di cinema hanno sedi stabili, perché non fare altrettanto per il teatro?». Nessuna divergenza, comunque, al battesimo della manifestazione ieri al Porto. Solo dialettica per costruire: «Bisogna seminare», aggiunge Rutelli, «per ottenere l’attenzione delle nuove generazioni». Il ministro dei beni e delle attività culturali è arrivato addirittura in anticipo rispetto all’orario fissato per l’incontro con la stampa nella Cittadella dello spettacolo costruita sulla spianata della Stazione Marittima. Con un completo tabacco, per nulla ministeriale, il passo svelto e il consueto sorriso disteso, si è precipitato per prima cosa all’Info Point sistemato all’ingresso dove ha stretto la mano a tutti i ragazzi al lavoro in quello stand. «Come vanno le prenotazioni e gli arrivi?», si è subito informato, immediatamente confortato dai cenni positivi dei suoi giovani interlocutori. Rappresentanza di quel target under 40 più ampio, a cui dal primo momento Rutelli ha voluto destinare questo primo festival nazionale del teatro mai organizzato in Italia. Non a caso ha chiesto poi di visitare la Tenda 1, dove per tre sere la sezione «Nuove sensibilità» proporrà ben trenta studi di altrettanti spettacoli di giovani compagnie italiane. A Rutelli tocca in sorta di vedere le prove di «Machine Infernale», dei napoletani Plastique Teatro sistemati sul palco 5, se ne compiace prima di infilarsi nella nave-ostello. All’incontro con il ministro partecipa anche il commissario straordinario del San Carlo, Salvatore Nastasi. Dunque, l’occasione è ghiotta per chiedere lumi sulla situazione del Massimo. «Non neghiamolo», dice Rutelli, «si tratta di scalare una montagna. Ma stiamo lavorando, sono molto soddisfatto di Nastasi. Un prolungamento del suo incarico? Vedremo... Intanto ho chiesto l’impegno del parlamento e degli enti locali, mentre stasera gli industriali napoletani staccheranno il primo assegno da un milione». Leggi speciali per il San Carlo, per la verità, non se ne vedranno, «per non suscitare le giuste ire delle fondazioni liriche che hanno i bilanci in pareggio. Il prestigio del San Carlo ci sta a cuore.Male istituzioni culturali debbono avere i conti in ordine, il paese lo pretende. La buona amministrazione ordinaria va insieme alla qualità della programmazione». Dopo aver visitato la nave che ospita circa mille addetti ai lavori c’è la foto di rito con gli artisti indiani che ridono divertiti. «I protagonisti del mio spettacolo», spiega il regista Roysten Abel, «sono persone molto semplici, hanno preso per la prima volta l’aereo, hanno visto per la prima volta un porto e sempre per la prima volta hanno dormito su una nave così grande e suonato in un teatro d’opera imponente come il San Carlo. Al punto da credere d’aver ammirato cose che nemmeno le loro divinità si sono mai sognate di immaginare». Un altro prestigioso artista indiano, Anish Kapoor, attualmente impegnato nella realizzazione della stazione della Metropolitana di Monte Sant’Angelo, ha più volte ripetuto di trovare Napoli una città molto familiare. «Ha ragione», aggiunge Abel, «quando provo ad attraversare la strada e nessuno si ferma, mi sento davvero a casa.Maa parte gli scherzi, la gente si somiglia nei tratti migliori, nella spontaneità, nell’estreversione. Quando lavorai con il mio amico Davide Iodice al progetto ‘‘Dammi almeno un raggio di sole’’ su Fellini a Sant’Arcangelo, non ebbi alcun problema, con lui e con tutti gli altri attori napoletani». Intanto Rutelli si sposta ai Quartieri Spagnoli per una tappa all’associazione Sabu che ha riqualificato il rifugio antiaereo di largo Baracche. Qui per il ministro c’è un assaggio dello spettacolo «Io, Clitemnestra. Il verdetto» con Cristina Donadio, tratto dal lavoro di Valeria Parrella, e poi una breve passeggiata con shopping, caffè e gelato allo stracciatella, in attesa della prima al San Carlo, appuntamento più atteso della giornata. Al Madre invece va in scena «Journey to the moon & 9 drawings for projection», il film d’animazione diWilliam Kentridge realizzato in studio con pazienti cancellature manuali di ciascun disegno a carboncino. Il supporto musicale dell’Archimia Quartet rende ancora più suggestivo il raffinato spettacolo (prodotto anche dalla gallerista napoletana Lia Rumma), ma gli spettatori qui scarseggiano, nonostante l’accattivante aperitivo con «finger foods» offerto negli spazi del bar, in sintonia con quanto accade nei musei di tutto il mondo. Del resto anche nei padiglioni del Porto, dove si possono visionare i film su Carmelo Bene, almeno in mattinata c’erano pochi curiosi. Meno male che lo spettacolo al Nuovo è affollato. E anche la coloratissima prima al San Carlo richiama tanti spettatori — dagli habituè dei teatri di ricerca, che sfoggiano look «alternativo», ai frequentatori del Massimo, tutti in ghingheri — e fa chiudere con soddisfazione il sipario su questa prima giornata di festival.
Mirella Armiero, Stefano de Stefano
Vogliamo solo ricordare che la decisione dell'Unione degli Industriali di Napoli di versare 1 milione di euro al Teatro San Carlo è stata comunicata ufficialmente all'ex presidente della Fondazione il giorno 4 luglio 2007 e cioè un mese prima del commissariamento,ringraziamo dunque il Ministro per il suo impegno a sostegno della Fondazione Teatro di San Carlo !
"Vorrei essere ricordato come un tenore d'Opera"
"Penso che una vita per la musica sia una vita spesa bene ed è a questo che mi sono dedicato"... Luciano Pavarotti (1935-2007)
Riccardo Muti per la Repubblica in ricordo di Luciano Pavarotti

La sua voce era strepitosa, di una generosità che catturava chiunque con immediatezza. Aveva un timbro inconfondibile. Un punto di riferimento, come la Callas o la Tebaldi. E una benedizione del cielo, che ha dato gioia a chi ha saputo ascoltarla con il cuore aperto. In più, nell'uomo Pavarotti, c'era un'autentica saggezza "popolare", nel senso più nobile dell'aggettivo. Era dotato di un'intelligenza viva e ricca di concretezza, tipica della sua terra, che lo ha portato a non dire mai cose fatue. Non c'erano finzioni né sovrastrutture in Luciano. Anche fuori dal palcoscenico, era esattamente ciò che vedevamo e ascoltavamo quando cantava in scena: una straordinaria fonte di energia.
E una persona vera, che amava la vita e gli amici, e metteva a disposizione del canto, senza sofismi, questo suo amore passionale e istintivo.
La notizia della sua morte ha provocato in me una tremenda sensazione. Luciano ha accompagnato la mia vita di musicista lungo vari decenni. Lo conobbi nel '69, per l'opera I Puritani che facemmo alla Rai di Roma in forma di concerto. Rimasi folgorato da quella voce senza confronti, da quel modo di fraseggiare con una libertà che era desiderio di espansione e necessità dell'anima. Per me, che avevo cominciato la carriera solo da qualche anno, entrare in contatto con una vocalità tanto vitale fu un'esperienza forte, che in seguito si è sempre ripetuta nei miei incontri di lavoro con Luciano. L'ho diretto tra l'altro ne I Pagliacci a Philadelphia e nella Messa da Requiem di Verdi alla Scala. E nel '92 fu tra gli ospiti del mio concerto d'addio a Philadelphia.
Risale al '95 un episodio che dimostra di cosa fosse capace quando seguiva il suo istinto naturale. In quell'anno Luciano accolse l'invito di mia moglie a cantare al Palafiera di Forlì, insieme a me che lo accompagnavo al pianoforte, a sostegno di una comunità di recupero. Accettò per la buona causa di un'operazione che non era certo una vetrina sul mondo, e per farlo giunse di corsa dagli Stati Uniti pagandosi da solo il biglietto e senza alcun compenso.
Inoltre forse nessuno, dall'esterno, può capire quanto fosse professionale. Nel '92 facemmo alla Scala il Don Carlos, ruolo che non aveva mai affrontato. Era talmente preso dal personaggio che partecipò alle prove per un mese intero, seguendo tutte le prove dell'orchestra. E oggi dell'opera esiste un disco dal vivo che testimonia come sapesse piegare la voce anche al fraseggio più raffinato e complesso.
Noi musicisti viaggiamo come un carro con tante ruote, e quando ne perdi una come questa barcolli, perché sai bene che non potrà mai essere sostituita. La voce di Pavarotti resta nei dischi, ma ci mancherà quel suo timbro inimitabile, che stordiva nello squillo, come una lancia che colpisce. Di fronte a un tale fenomeno vocale è inutile porsi problemi di valutazione accademica: Luciano travolgeva tutti, superando ogni giudizio critico.
Nella città della camorra è in crisi anche il teatro che i soldati inglesi salvarono dalla distruzione nel 1943

A financial crisis is threatening the future of Europe’s oldest opera house, a Neopolitan cultural icon rescued from ruin during the Second World War by occupying British Forces. The San Carlo theatre has been placed under government control because of near bankcruptcy, a plight widely viewed as a metaphor for the city’s decline in the face of rising crime and Mafia dominance. Francesco Rutelli, the Culture Minister, said that he had dispatched an “extraordinary commissar” from Rome to take over the theatre, arguably the most beautiful opera house in Europe, which is running a budget deficit of €20 million (£13.5 million). “This humiliation is symptomatic of a city in an advanced state of decomposition,” Roberto De Simone, noted composer and former artistic director of the San Carlo, said. “It symbolises the collapse of Naples itself.” The crisis at the theatre comes as bloody gang warfare returns to the streets of Naples. Yesterday two members of the Camorra, the Naples Mafia, were murdered while driving, with the killers drawing alongside and opening fire. Police said that the killings were part of a ruthless war between Camorra clans over drugs, arms trafficking and protection rackets. Last year the centre-left government of Romano Prodi announced a “crackdown on crime” in Naples but resisted calls for the army to be deployed. Rosa Russo Iervolino, the mayor, said that the situation remained “dramatic”, with the Camorra carrying out vendettas in the city centre as well as in the grim suburbs. The San Carlo, founded in 1737 next to the Royal Palace overlooking the Bay of Naples, has always been the gathering place for the social elite. Stendhal, the French writer, observed in 1817 that the San Carlo “dazzles the eye and enraptures the soul”. It was rescued from ruin in 1943 by British troops, who staged not only revues but also 30 operas. Its debts have mounted, however, with €133,000 spent on costumes in the first three months of this year and €54,000 on hairdressing. Mr Rutelli said that he had no option but to dismiss the board – chaired by Mrs Iervolino – and put Salvatore Nastasi, a senior ministry official, in charge to “sort things out”. Gioacchino Lanza Tomasi, the Superintendent of the San Carlo, has won praise for his attempts to raise its profile, with an acclaimed production at the start of the current season of Verdi’s Falstaff, starring Ambrogio Maestri and conducted by Jeffrey Tate, the theatre’s English musical director. Mr de Simone said that all Italian opera houses had struggled since a law was passed in 1996 that put them in the hands of semi-private foundations and reduced state subsidies sharply. But Naples suffered from a “general malaise”, with its institutions in the hands of a “powerful clique which does not face realities”. Mario Martone, who was to have directed Rossini’s Torvaldo e Dorliska next month, said that the production faced cancellation. Gloria Mazza, spokeswoman for the 366 employees, said that although Mr Nastasi had assured them he was not an executioner they feared job losses that would be “another blow to the city”. Mrs Iervolino said that she had toured Italy searching for wealthy sponsors to “save the San Carlo”. “If control is not handed back to us within six months I shall personally picket the Culture Ministry,” she said. Roberto Saviano, a Neapolitan writer whose bestselling novel on the Camorra, entitled Gomorrah, is to be made into a film, said that the city’s problem was not only that it was the “world capital” of the cocaine trade but also that police were apparently powerless against the clan system.
| Segnali di declino nella città della mafia | |
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| Scritto da Richard Owen da The Times | |
| mercoledì 08 agosto 2007 | |
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Una crisi finanziaria minaccia il futuro della più antica "Opera House" d'Europa, icona culturale di Napoli, salvata dalla rovina durante la seconda guerra mondiale dalle forze di occupazione britanniche. Il teatro San Carlo è stato posto sotto il diretto controllo dello Stato a causa della oramai vicina bancarotta. Una situazione difficile, metafora del declino della città di fronte all'aumento del crimine e del dominio della mafia. Francesco Rutelli, il Ministro della Cultura, ha spedito un "commissario straordinario" da Roma per assumere la direzione del teatro, probabilmente il più bello d'Europa, che sta subendo un disavanzo di bilancio di 20 milioni di euro (13.5 milioni di sterline). "Questa umiliazione è sintomatica di una città in uno stato avanzato di decomposizione," dice Roberto De Simone, celebre compositore ed ex direttore artistico del San Carlo. "E' il simbolo del crollo della stessa Napoli".
La crisi del teatro arriva mentre la sanguinaria guerra delle gang ritorna nelle strade di Napoli. Ieri due affiliati della Camorra, la Mafia di Napoli, sono stati assassinati mentre guidavano, con gli assassini che li hanno affiancati ed hanno aperto il fuoco. La polizia dice che le uccisioni fanno parte di una spietata guerra tra i clan per lo spaccio di droga, il traffico di armi e il racket.
L'anno scorso, il governo di centrosinistra di Romano Prodi ha annunciato un "giro di vite contro il crimine” a Napoli ma ha resistito alla richiesta di inviare l'esercito. Rosa Russo Iervolino, il sindaco, dice che la situazione è rimasta “drammatica”, con la Camorra che compie le sue vendette sia nel centro della città che nella scura periferia. Il San Carlo, costruito nel 1737 di fianco al Palazzo Reale e di fronte al golfo di Napoli, è stato sempre luogo di incontro delle elìte culturali. Stendhal, lo scrittore francese, osservava nel 1817 che il San Carlo “abbaglia l'occhio e cattura l'anima”. Venne salvato dalla distruzione nel 1943 dalle truppe britanniche, che vi organizzarono non soltanto alcune riviste ma anche da 30 opere. I suoi debiti sono tuttavia cresciuti, con 133.000 euro spesi per i costumi nei primi tre mesi di questo anno e 54.000 euro per il lavoro dei parrucchieri. Il sig. Rutelli ha detto che non c'era altra soluzione che esonerare il consiglio di amministrazione – presieduto dalla sig.ra Iervolino – e inviare Salvatore Nastasi, un alto funzionario del ministero, come commissario "per mettere le cose in ordine". Gioacchino Lanza Tomasi, il Sovrintendente del San Carlo, è da elogiare per il suo tentativo di risollevare la situazione con la produzione di inizio stagione molto applaudita del Falstaff di Verdi, con Ambrogio Maestri e condotta da Jeffrey Tate, il direttore musicale inglese del teatro. Il sig. de Simone dice che tutti i teatri italiani hanno lottato contro una legge approvata nel 1996 che li mette nelle mani di fondazioni semi-private riducendo sensibilmente le sovvenzioni statali. Ma Napoli soffre "di un malessere generale”, con le istituzioni nelle mani "di una cricca potente che non affronta la realtà". Mario Martone, che doveva dirigere il "Torvaldo e Dorliska" di Rossini il mese prossimo, dice che la produzione ne ha disposto l'annullamento. Gloria Mazza, a nome dei 366 impiegati, dice che, anche se il sig. Nastasi li ha rassicurati di non essere un liquidatore, temono lo stesso dei licenziamenti che sarebbero "un altro colpo alla città". La sig.ra Iervolino dice di aver girato tutta l'Italia alla ricerca di sponsor danarosi "per conservare il San Carlo". E aggiunge, "se il controllo non passerà nuovamente a noi entro sei mesi, bacchetterò personalmente il ministero della cultura”. Roberto Saviano, uno scrittore napoletano il cui vendutissimo romanzo sulla Camorra, intitolato Gomorrah, sta per diventare un film, sostiene che il problema della città non consiste soltanto nell'essere "la capitale del mondo" del commercio di cocaina ma anche che la polizia sembra non avere alcun potere contro il sistema dei clan. |
Con un decreto del 1 agosto il Ministro per i Beni e le attività culturali Francesco Rutelli ha commissariato il Teatro San Carlo di Napoli. All'origine del provvedimento la situazione debitoria del teatro, che ha chiuso in passivo due bilanci di seguito. H buco di oltre quattro milioni di euro nel conto consuntivo 2006 ha spinto il collegio sindacale del teatro a segnalare al ministero l'esistenza delle condizioni previste dalla legge 31 marzo 2005 n. 43; di qui la decisione del commissariamento, che una nota del ministero indica come un «atto dovuto». Diverso il parere dei vertici del teatro. Secondo il sovrintendente Gioacchino Lanza Tornasi la scelta era discrezionale del ministro, non inevitabile. Ancora più esplicito il vicepresidente Fulvio Tessitore, secondo il quale «il ministro Urbani in una situazione anche peggiore della attuale disse che non avrebbe mai fatto una scelta simile... E questo sarebbe un governo amico?». Certamente il commissariamento costituisce uno smacco per l'immagine della città, ed è discutibile che aiuti la situazione del teatro. D bilancio previsionale 2007, infatti, è in pareggio, e l'intensa attività di Tessitore e del sindaco Jervolino aveva guadagnato l'appoggio di molti sponsor -Banca Intesa-San Paolo, Erri, Unione industriale di Napoli - che ora è messo in pericolo proprio a causa della gestione commissariale. Spetterà al commissario Salvatore Nastasi, giovanissimo direttore generale dello spettacolo e già commissario anche al Maggio Musicale Fiorentino, riannodare le fila di questi accordi entro i prossimi sei mesi.
Il fatto paradossale è che i vertici azzerati - ma Lanza Tornasi rimarrà forse come consulente - pur nelle molte difficoltà gestionali hanno garantito al San Carlo una programmazione di qualità, capace di coinvolgere artisti di livello internazionale e di riqualificare gli organici. Il deficit nasce da gestioni precedenti, e viene fortemente aggravato negli ultimi anni dalle continue erosioni al Fondo Unico per lo Spettacolo da parte del governo di centro-destra. Non a caso lo stesso ministro Rutelli indica come soluzione «una norma nella Finanziaria per salvare il teatro San Carlo». Ma, se la soluzione è quella dell'intervento pubblico, la morale che occorre trarre da questa vicenda è più generale: il San Carlo, teatro che serve un territorio dove è assente la grande imprenditoria del nord, è vittima in realtà di una legge inefficace, quella che nel 1996 trasformò gli enti lirici in fondazioni private, diminuendo le risorse pubbliche senza garantire gli strumenti per il reperimento delle risorse private. Una legge che dovrebbe essere realisticamente ripensata
SIAMO ALLE SOLITE CARE AMICHE ED AMICI,I PROBLEMI DEL TEATRO DI SAN CARLO SEMBRA DERIVINO DAL COSTO DEL PERSONALE CON UNA MEDIA DI 50000 EURO ALL'ANNO PER DIPENDENTE, MAGARI !!! PURTROPPO LA NUTTATA SEMBRA NON PASSARE MAI, CAMBIANO I GOVERNI MA LA MORALE E' SEMPRE LA STESSA, TAGLIAMO IL PERSONALE E ANDIAMO AVANTI..
RICEVIAMO E POSTIAMO QUESTO INTERESSANTE ARTICOLO PUBBLICATO IL 6 LUGLIO SULLA RUBRICA ONLINE www.ildenaro.it
| Napoli | |||
| teatro san carlo |
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Gestione pubblica, ma con criteri privatiSi conclude l’inchiesta del Denaro sulla crisi della Fondazione Teatro San Carlo di Napoli. L’intervento di autorevoli esponenti sul tema — che viene dibattuto anche in rete collegandosi attraverso la home page del nostro sito www.denaro.it - induce a due riflessioni: l’importanza che il San Carlo ha, innanzitutto, per Napoli e i napoletani, come dimostrano l’entusiasmo e la profondità dei contributi alla discussione ed alle ipotesi di rilancio e di riorganizzazione della Fondazione; la presa d’atto della collettività della effettiva gravità della situazione di crisi in cui versa la Fondazione. Le proposte raccolte vanno, pressoché tutte, nel senso di una gestione manageriale, che contestualmente promuova iniziative per avvicinare i privati e, per ridisegnare una mappa dell’utenza al fine di incrementare il numero di spettatori con attività artistiche di qualità.
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| di Gianni Tomo | |||
Sono segnali importanti che provengono dalla società civile e che contrastano fortemente con l’assoluto silenzio dell’attuale management su qualsivoglia disegno strategico, palesemente evidente dalla lettura della relazione al bilancio al 31 dicembre scorso. Le perdite di gestione dell’ultimo esercizio per 4,5 mln di euro, che nell’ultimo triennio ammontano a 9,7 mln, non possono difatti trovare alcuna soluzione nell’unica strategia operativa prevista per l’esercizio 2007 di rivisitazione e contrazione delle attività in calendario. Tanto meno la pesante situazione debitoria di oltre 17 mln di euro verso enti previdenziali ed erario, e di oltre 28 mln di euro verso dipendenti per indennità di quiescenza e similari, che essenzialmente caratterizzano il disavanzo patrimoniale tendente al commissariamento, può trovare soluzione nella donazione di due appartamenti da parte del Comune di Napoli valutati 4,5 mln di euro. Le proposte raccolte dal nostro giornale vanno, pressoché tutte, nel senso di una gestione manageriale, accorta soprattutto ad evitare sprechi, ma che contestualmente promuova nuove iniziative per avvicinare i privati ad investire in questo importante prodotto culturale, per ridisegnare una mappa dell’utenza al fine di incrementare spettatori con attività artistiche di qualità, ed in particolare gli abbonati che oggi contribuiscono solo al 6,4 per cento dei ricavi totali ed al 52,5 per cento del totale dei biglietti venduti.Proprio sull’aspetto della vitalità artistica del Teatro, da una rapida visita del suo sito internet, si può cogliere con immediatezza la evidente differenza di attività in calendario e della programmazione degli spettacoli rispetto ad altre analoghe iniziative italiane in pieno fermento anche in questo periodo estivo. Tanti sono stati i contributi per sviluppare idee su nuove aree produttive, dal merchandising a sinergie con altri settori, soprattutto con quello turistico connesso ai tanti croceristi. Si è discusso dei potenziali benefici di una gestione affidata in esclusiva ai privati, ma anche degli eventuali conseguenti rischi di assoggettamento del “prodotto culturale” di tale valore alle logiche del libero mercato. Ma in questo momento di analisi appare necessario cercare di rimettere un po’ d’ordine nelle idee e rifuggire dai luoghi comuni per addivenire ad una possibile concretezza. Le linee principali sono apparse in tal senso l’azzeramento dei problemi del passato ed una accorta gestione manageriale attenta agli sprechi. Allo stato attuale entrambe non appaiono realizzabili, e comunque mai in tempi brevi e senza significativi impatti sociali poiché qualsiasi progetto futuro per il San Carlo appare difatti imprescindibilmente condizionato dall’attuale situazione del personale dipendente: può essere ritenuto il principale problema da risolvere ma non bisogna dimenticare che le prevalenti dottrine, correttamente, identificano tra i principali valori aziendali il patrimonio di risorse e competenze del suo personale. Premesso difatti che il patrimonio artistico e culturale è un valore assoluto, comune ad ogni organizzazione teatrale, ciò che caratterizza il Massimo è il suo personale, sia artistico che della gestione generale, con la sua capacità di organizzarsi e di esprimere valore per le prestazioni. Si è molto discusso dell’elevato numero di dipendenti, 400 di cui 355 a tempo indeterminato, con un costo complessivo di 20 mln di euro l’anno, che determina una media di 50.000 euro l’anno per ciascuno di essi ed è questo il punto fondamentale: la valutazione dell’attuale organigramma, con le specifiche competenze ed i relativi costi, attraverso il quale sarà possibile stabilire l’assetto futuro del San Carlo e le sue potenzialità, ma anche prospettare una soluzione alla relativa situazione debitoria per quiescenza e fine rapporto (28 mln di euro), rilevantissima seppure non a breve termine. Come abbiamo visto, l’attuale management ha identificato in due aspetti la crisi gestionale: la rilevanza dei costi del personale e la contrazione dei contributi dalle Istituzioni. Questi due aspetti sono senz’altro fondati ma, in assenza di strategie dell’attuale management e possono apparire luoghi comuni e frasi di rito: - avere un assetto del personale inadeguato, è ben ovvio che genera costi e problemi, ma se affrontati, forse, si trova una soluzione; - tutti i Teatri è noto che beneficiano di contributi pubblici sempre in contrazione, ma l’esperienza del Lirico di Cagliari ci dimostra che è comunque possibile un pareggio. L’intervento pubblico deve essere riportato anche nel San Carlo ai criteri guida ed alle teorie sulla programmazione economica, e cioè a quella funzione di risorsa integrativa delle entrate caratteristiche dagli spettacoli insufficienti a remunerare gli elevati costi del prodotto culturale. Dopo aver accumulato milioni di euro di perdite e di debiti anche in chiusura del bilancio al 31 dicembre è evidentemente mancata soprattutto quella cultura e responsabilità d’impresa che dovrebbe accomunare tutte le iniziative economiche, comprese quelle no-profit tra le quali si annovera il San Carlo. Qui non vi è il popolo del calcio che interviene numeroso, ma neanche una serie maggiore da conquistare: il Teatro San Carlo è fuori da ogni logica di risultato, se non imprescindibilmente legato ad una qualità da esprimere attraverso le competenze del suo personale artistico e gestionale, e se la relativa valutazione dovesse anche parzialmente risultare negativa, le responsabilità non potranno essere astrattamente addebitate solo alle Istituzioni. E’ la Fondazione, con i suoi organi sociali a dover tempestivamente operare secondo criteri di efficacia e di efficienza che da sempre caratterizzano le imprese — anche no-profit — di successo, senza nemmeno voler ricorrere alle più recenti evoluzioni delle teorie ed applicazioni di marketing, comunicazione, innovazione continua, ma ricorrendo a due criteri vecchi come il mondo per la gestione di qualsivoglia attività: organizzazione e previsione. Sarebbe bastato un minimo di applicazione e, per tempo, si sarebbe almeno prevenuto lo scenario che si presenta oggi sia di crisi economico-finanziaria che delle prestazioni. Per la futura gestione del Teatro San Carlo, bisognerà fare tesoro della attuale situazione e rifuggire dal consueto atteggiamento simultaneo di rassegnazione e nel contempo di entusiasmo sempre rinnovato del popolo napoletano, di azzerare il pregresso, ed una volta tanto si dovrà evitare di mandare in scena la nota canzone “chi ha avuto, ha avuto, scurdammece ò passato…..”. Resterà un dubbio: si poteva evitare? Il Massimo deve rimborsare 19,7 mln Debiti esigibili entro il 2007 Debiti vs. le banche 5.732.835 Debiti vs. altri finanziatori 534.207 Debiti vs. fornitori 1.989.760 Debiti tributari 3.536.576 Debiti assistenziali e previdenziali 13.379.120 Altri debiti 405.219 Totale debiti a breve 25.577.717 Crediti esigibili entro il 2007 Crediti vs. clienti 219.408 Crediti tributari 2.459.184 Imposte anticipate 1.193 Altri crediti 2.931.047 Disponibilità liquide 274.419 Totale crediti a breve e cassa 5.885.251 Margine di tesoreria -19.692.466 Il margine di tesoreria negativo indica l’incapacità del Massimo a far fronte alla restituzione dei fondti nel 2007 (dati in euro) Il Consiglio Presidente: Rosa Russo Iervolino Vicepresidente Fulvio Tessitore Consiglieri Enrico Accinni, Francesco De Simone, Riccardo Di Palma, Pasquale Lambiase, Gioacchino Lanza Tomasi, Francesco Apicella Collegio dei Revisori Giovanni di Macco (presidente), Roberto Cappabianca, Mario D’Onofrio La composizione dei ricavi 2004 2005 2006 Vendita biglietti e abbonamenti 3.809.667 3.771.385 3.439.322* Contributi istituzionali 27.691.003 26.748.892 23.569.323 Contributi di altri sostenitori 754.214 1.147.303 1.076.632 Quanto costano i dipendenti Totale dipendenti 400 Dipendenti a tempo indeterminato 355 Costo medio annuo per dipendente 50.000 euro Totale costo annuo per i dipendenti 20 mln di euro Altri compensi artistici e servizi organizzativi 10 mln di euro Situazione debitoria nei confronti del personale 28 mln di euro Finanziamenti pubblici per l’84 per cento Ricavi da contributi pubblici 84% Ricavi da altri sostenitori 3,8% Ricavi per biglietti e abbonamenti 12.2% RIcavi solo da abbonamenti 6,4% La perdita sale a 4,5 mln nel 2006 2006 2005 • Valore della produzione 30.976.814 34.021.898 • Costi della produzione -34.250.158 -35.665.921 di cui personale -19.982.390 -21.021.928 e allestimenti -750.245 -432.480 • Proventi e oneri finanziari -986.182 -666.014 • Partite straordinarie 151.580 1.539.914 • Risultato prima delle imposte -4.107.946 -770.123 • Risultato -4.494.514 -1.069.159 La perdita nel 2006 sale di 3.425.355 euro da poco più di un milione del 2005 Il Governo taglia i fondi per 3,3 mln 2006 2005 Differenza Ministero Beni culturali 14.068.073 17.380.870 -3.312.797 Comune di Napoli 1.850.000 1.737.760 112.240 Regione Campania 5.000.000 4.890.096 109.904 Provincia di Napoli 2.651.250 2.740.165 -88.915 Totale 23.569.323 26.748.891 -3.179.568 La flessione dei contributi dei soci fondatori è dovuta al taglio del Fus per 3,3 mln Abbonamenti in flessione 2006 2005 differenza Vendita biglietti 1.633.709 1.728.124 94.414 Quota abbonamenti 1.805.613 2.043.261 237.648 Sponsorizzazioni produzioni 25.917 85.500 59.583 Totale 3.465.240 3.856.885 391.645 Abbonamenti, biglietti e sponsorizzazioni in calo: i ricavi scendono di 400 mila euro |
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| 6-07-2007 | |||
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Una lettera aperta contro Letizia Moratti e Francesco Rutelli. Firmatario, un gruppo di musicisti. Oggetto: protestare contro i costi della nuova «Aida» firmata da Franco Zeffirelli, che di recente ha dichiaralo: «Quando il Sovrintendente Lissner mi ha proposto Aida, ero tentato di far risparmiare al teatro due milioni di euro, riprendendo la mia messa in scena del 1963, ma per una inaugurazione non avrebbe avuto senso. Ecco perché mi sono spremuto le meningi per una nuova idea che fosse fedele alla tradizione scaligera». I firmatari si domandano se l'enorme costo produttivo commissionato dalla gestione della Scala sia in linea con il massimale, stabilito dalla direttiva del ministero dei Beni Culturali, per nuovi allestimenti e scritture artistiche che prevede fra l'altro un tetto di 120 mila euro per compensi complessivi come regista, scenografo e costumista, pena la revoca del finanziamento pubblico. Inoltre, si legge ancora nella lettera. «Nel 2006 è lecito per un teatro, sia pure prestigioso come quello della Scala, investire tali risorse per una nuova produzione che more solito non potrà essere noleggiata e messa in circuito in altre sedi, per presumibile complessità di struttura ed a causa del suo altissimo costo?»
Cultura, Rutelli chiama i privati
La Stampa 28/06/2006
Raccolta di capitali, dal pubblico innanzitutto ma anche dal privato. Necessità di riaprire i concorsi per riorganizzare il ministero. Nuovo studio sugli incentivi fiscali e sulle fondazioni liriche. Sono queste le linee guida che il vicepresidente del consiglio e ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli ha indicato ieri al Senato come priorità per il suo dicastero incassando anche qualche complimento dal suo predecessore Buttiglione. La riorganizzazione, in ogni caso, non si farà subito. Rutelli lo ha spiegato a chiare lettere dicendo che altrimenti si rischierebbe la non operatività. «I cambiamenti li studieremo bene» ha affermato Rutelli indicando nel nuovo consiglio superiore dei beni culturali («che intendo ricostituire subito su basi molto autorevoli») l'organo al quale verrà affidato il compito di riformare la struttura. Per quanto riguarda il reperimento delle risorse, invece, Rutelli pensa alla nuova commissione interministeriale che dovrà partire con l'ok del ministro del Tesoro Padoa-Schioppa. Da ripensare il sistema delle fondazioni liriche. «La Scala ce la fa - ha detto Rutelli - gli altri teatri no». Anche la politica museale deve cambiare rotta. Per il ministro è «finita l'epoca in cui prevaleva una certa indulgenza nei confronti delle istituzioni internazionali come i musei americani, stiamo trattando per la restituzione di reperti archeologici trafugati dall'Italia».
IL MESSAGGERO 27/6/2006
MANOVRINA 2006, PADOA-SCHIOPPA PUNTA SUI MICRO-TAGLI
Vertice notturno con Prodi. E Bersani prepara la legge sugli aiuti alle imprese per rilanciare l’economia - di PIETRO PIOVANI.
ROMA I tecnici la chiamano Tabella C. È il testo che indica decine e decine di stanziamenti grandi e piccoli, soprattutto piccoli: dal “contributo al centro internazionale radio-medico” al fondo “in favore dell’organizzazione idrografica Iho”. Da questa Tabella C i tecnici di Tommaso Padoa-Schioppa sperano di ricavare un po’ di risparmi immediati, per la serie pochi maledetti e subito. Un lungo elenco di micro-tagli, cercando di non fare troppo male a nessuno.
Chi ci rimetterà allora? La logica dice che il bisturì andrà a incidere dove c’è più carne, cioè sulle voci di spesa più grosse, perché un ente che riceve 50 milioni l’anno può offrire ben poco a chi deve trovare 10 miliardi. Nella Tabella C i capitoli più consistenti sono quelli che riguardano l’università, il fondo per la Protezione civile, quello per l’obiezione di coscienza, quello per il personale di Palazzo Chigi, gli aiuti all’editoria, gli aiuti ai paesi in via di sviluppo, il Fondo per le politiche sociali, il Fondo unico per lo spettacolo, l’Agenzia per l’agricoltura, l’Enea.
Il problema però è sempre lo stesso: come convincere tutta la maggioranza ad accettare i tagli? Per fare qualche esempio: dopo tutte le promesse di aumentare gli investimenti in ricerca e università ascoltate in campagna elettorale, come si fa a spiegare ai partiti dell’Unione che per adesso bisogna diminuire i finanziamenti? E dopo le critiche mosse a Tremonti quando ha ridotto all’osso il Fondo per lo spettacolo, chi glielo dice ora a Rutelli (e ai lavoratori del cinema, del teatro e della musica) che si deve tagliare ancora di più?
Prima ancora di affrontare l’esame di Camera e Senato, Padoa-Schioppa dovrà fare i conti con i suoi colleghi di governo. C’è il rischio che la manovrina in preparazione al Tesoro venga sconfessata dagli altri ministri prima ancora di nascere. Non per niente i sindacati hanno chiesto che all’incontro di giovedì prossimo il loro interlocutore possa parlare a nome di tutto il governo e non solo come ministro dell’Economia.
Forse anche per questo ieri sera Padoa-Schioppa ha cenato con Prodi a Palazzo Chigi. Durante l’incontro certamente si è discusso delle misure da presentare alle parti sociali e poi in Parlamento. Alla cena ha partecipato pure Pierluigi Bersani, il ministro dello Sviluppo.
Per il governo è indispensabile dare mostrarsi sin dall’inizio concentrato non soltanto sulle misure di risparmio e di risanamento, ma anche su quelle che devono rilanciare l’economia e la produzione. Bersani sta preparando un disegno di legge per il rilancio dell’industria italiana: riforma delle agevolazioni alle aziende, incentivi alle piccole imprese che crescono di dimensioni, potenziamento della legge sui distretti industriali, nuove regole per gestire le situazioni di crisi.
Come tutti i disegni di legge, anche questo dovrà superare lo scoglio del Senato, dove il centrosinistra conta una maggioranza di tre voti scarsi. Per limitare i rischi, Bersani farà quasi sicuramente ricorso allo strumento della legge delega: il Parlamento approva solo i principi generali, che poi vengono applicati dal governo con una serie di decreti.
Non usa espressioni colorite o da pianto greco, ma il finale del debutto di Francesco Rutelli neoministro per i Beni e le attività culturali davanti alla settima commissione della Camera, quella che si cimenta con faccende di cultura e spettacolo, suona come un avviso: il quadro finanziario ereditato dal governo Berlusconi anche in questo settore è drammatico, stagioni di spettacoli già fissate da istituzioni, teatrali e non, di grosse e piccole dimensioni rischiano bellamente di saltare per mancanza di fondi. «Ci attendono settimane drammatiche per la ripartizione del Fondo unico dello spettacolo, dobbiamo trovare soluzioni immediate», avverte Rutelli, poi si dovrà trovare il modo di risalire la china dei finanziamenti tagliati al ministero e al Fus. «Abbiamo pochi quattrini, maledettamente troppo pochi. La prima missione è accrescere le risorse. Qui in commissione ho trovato però un clima costruttivo». Giudica l'opposizione: «Rutelli troppo generico». secondo Fabio Garagnani, capogruppo Forza Italia nella commissione. Con tanta carne al fuoco un'audizione non basta: deputati e ministro si rivedranno il 28 giugno. Seguirà, forse lo stesso giorno, l'appuntamento con la commissione cultura del Senato.
IN COMMISSIONE CON L'ECONOMIA. Lunedì Rutelli proporrà al ministro dell'Economia Padoa Schioppa di insediare una commissione congiunta «con personalità di prim'ordine e con esperienza nel settore». Per far cosa? Fermo restando che ritiene cultura e spettacolo un obbligo per la mano pubblica. Rutelli vuole riordinare il sistema degli incentivi ai privati per sostenere la cultura, proporre la defiscalizzazione dei contributi (cioè il detrarli dalle tasse) non solo per le imprese ma anche per le persone fisiche e le famiglie, vuol trovare il modo di sostenere le sponsorizzazioni.
CONTI IN ROSSO. La Finanziaria 2006, ricorda il ministro, ha ridotto «del 25% i fondi per le attività istituzionali e ordinarie del dicastero, del 50% i fondi per gli investimenti, di quasi il 30%, dai 516 milioni di euro del 2001 a 375 del 2006, quelli per il Fus». «Quali strumenti intende attuare per reperire nuove risorse?» chiede l'ex sottosegratario Nicola Bono, An (risorse da loro tagliate).
SOS SPETTACOLO. Fus, tasto dolentissimo. Rivedere i criteri con cui ripartire i quattrini è l'obiettivo di Rutelli, Wladimir Luxuria, di Rifondazione comunista, sottolinea: i tagli compromettono il futuro non è solo degli artisti ma di altre decine di migliaia di persone, tecnici, registi, scenografi, tutto l'indotto. «Cultura e spettacolo vanno slegate da logiche di mercato, c'è bisogno di più produzioni teatrali, magari meno costose». Luxuria propone: dobbiamo ridurre l'Iva su cd e dvd, aiutare i giovani talenti (accoglie l'appello il presidente della commissione Folena), serve una tv di Stato che non scimmiotti quella commerciale: «ministro, non tradiamo chi ha voglia di cultura e di cultura vive».
CODICE RIVISITATO. Rutelli vuole correggerlo, non buttarlo alle ortiche: «Modifiche mirate». Non dice però quali. L'opposizione difende il Codice Urbani perché aggancia il paesaggio ai beni culturali. Andrea Colasio dell'Ulivo rammenta: sì, ma su un progetto presentato il parere di un sovrintendente è obbligatorio ma non vincolante, ovvio che «si impone una correzione».
ARCUS SPA. E' la società creata dal precedente governo, Urbani ai beni culturali e Lunardi alle infrastrutture, per destinare il 3% della spesa di opere pubbliche alla cultura. Ha distribuito i soldi in modi spesso opinabili (come a Parma città di Lunardi), Buttiglione ne aveva fatto un suo feudo. «E' utile», afferma il ministro, se i quattrini vengono decisi nella linea del ministero, altrimenti «è una pioggerella casuale».
PATRIMONIO SPA. Ricordate la società creata da Urbani? «Il patrimonio culturale è indisponibile ad alienazioni o cartolarizzazioni» assicura Rutelli. Niente vendite e svendite. Rammentiamo che la devastante clausola iniziale del silenzio-assenso (se non arriva il no alla vendita puoi vendere) aveva già dovuto abolirla Buttiglione.
TURISMO. Rutelli ha voluto da Prodi la delega al turismo e lo rivendica come perno forte perché voce indissolubile dalla cultura. A un convegno (non alla Camera) sostiene: «Il mercato mondiale del turismo cresce del 10% l'anno, del 5% in Europa, di un 1% scarso in Italia. Questo non è possibile. L'obiettivo, nei prossimi dieci anni, è tornare ad essere leader». Il ministro prende a modello di intraprendenza un manifesto della Galizia per dire che il «marchio» Italia deve raccogliere l'esempio. Si becca il rimbrotto dell'opposizione: le regioni italiane non fanno meno. Bono solleva una questione vera su cui discutere: «Che vuole fare il ministro sui ticket delle città d'arte? Sono un boomerang».
NO AI MUSEI GRATIS. Ingresso gratuito nei musei? No, deprezza l'arte stessa, sostiene Rutelli. Cita l'esempio del Colosseo quando lui era sindaco di Roma: introdotto il biglietto i visitatori sono aumentati. A stretto giro d'agenzie di stampa attacca Sgarbi: «Una visione economicistica alla De Michelis o alla Urbani, per intenderci».
SVECCHIARE. «Per ogni atto servono troppi passaggi amministrativi, sono inutili e costano», dice Rutelli. Ed evidenzia un problema già sollevato: l'età media dei funzionari è 55 anni. Troppo alta. Servono «assunzioni mirate». Vuole sistemare i precari di lunga data.
AL CINEMA. Con la legislazione in vigore ora lo Stato darebbe il 70% dei contributi a 4-5 film di successo, osserva il ministro, e non va. Per il cinema, e tutto lo spettacolo, dalla prosa alla lirica, Rutelli indica: più co-produzioni, soldi dati su basi qualitative.
I SOTTOSEGRETARI. Decise le competenze dei sottosegretari: Elena Montecchì lo spettacolo; Danielle Mazzonis i dipartimenti del patrimonio artistico, paesaggistico, archivi e biblioteche; Andrea Marcucci l'organizzazione del ministero, l'innovazione e i rapporti intemazionali.
Come quegli uomini di belle speranze che lanciano in mare una bottiglia con dentro un messaggio, così affido a questa colonna di Panorama una supplica al nuovo governo. Chiedo che qualcuno si occupi seriamente del teatro, del cinema, della musica, delle attività underground, del teatro amatoriale, delle bande e di tutte le espressioni artistiche che appartengono alla tradizione dell'Italia e che, se non accudite e preservate, rischiano di scomparire. Sono certo che in qualche teatro periferico del Nord, del Centro, del Sud, un nuovo drammaturgo o un regista o un attore cercano di emergere, di farsi conoscere. Occorre che qualcuno si accorga della loro creatività. Nella supplica si chiede anche un censimento delle sale teatrali esistenti in Italia, inclusi quei teatri chiusi per disattenzione dei comuni, delle province, delle regioni. L'ho detto prima: si tratta di una speranza, niente di più. Probabilmente questo appello non verrà raccolto, proprio come accade alle bottiglie lanciate nel mare, e assisteremo alla progressiva marginalizzazione di quella cultura legata alla tradizione che è patrimonio del nostro come dl tutti I paesi. Se continuerà la disattenzione, manderà ai responsabili dell'Europa lo stesso appello, la stessa supplica: da una parte, un aiuto al teatro ufficiale, al cinema e alla musica, insomma alle discipline artistiche; dall'altra un salvagente alle tradizioni. Mi rendo conto di apparire un sognatore, una persona facile alle illusioni, però non intendo rassegnarmi a vedere programmazioni teatrali tagliate, cinema trasformati in garage per mancanza di pubblico e tradizioni secolari cancellate con un colpo di Finanziaria.
«Al governo chiediamo soldi per la musica»
Il Mattino 18/04/2006
Andrea Santini Passate le elezioni, si alzano le invocazioni d'aiuto delle fondazioni lirico-sinfoniche per fermare la cris che ha costretto numerosi teatri a rinunciare a parte della programmazione a causa degli tagli al Fus, il Fondo unitario dello spettacolo. «Nel programma della coalizione di centro-sinistra - dichiara Gioacchino Lanza Tomasi, sovrintendente del San Carlo di Napoli (si fa il suo nome come possibile sottosegretario al ministero per i Beni culturali) - si parla del reintegro dei finanziamenti statali al Fus ai livelli previsti nel 2001: questo ci aspettiamo, come misura immediata, dal nuovo Governo. E forse è necessario portare avanti un'indagine su come viene gestita la musica in Europa, al fine di comprendere eventuali errori. Io non credo che la musica in Italia sia mal gestita, il problema è che nel 2006 c’è stato un aggravio di debito causato da ciò che è venuto a mancare con la Finanziaria». E Maurizio Pietrantonio, sovrintendente a Cagliari: «Dal prossimo Governo non ci aspettiamo solo i fondi, ma una riforma normativa, una legge quadro sulle fondazioni. L'attenzione da parte del Governo deve essere immediata, perché la situazione odierna non ci permette di affrontare il 2007». Infine, Francesco Giambrone, sovrintendente della fondazione Maggio Musicale Fiorentino: «Abbiamo bisogno di un ministro forte e competente che sappia di cosa si sta parlando e che rappresenti un interlocutore vero per il mondo della cultura. Le risorse riservate allo spettacolo dal vivo devono tornare alla quota del 2001».
E al Maggio fiorentino stipendi ridotti del 7%
Il Sole 24 ore 30-MAR-2006
E il primo del genere nel settore delle fondazioni liriche e potrebbe diventare un modello di concertazione per affrontare la crisi. L'intesa raggiunta qualche giorno fa al Maggio musicale fiorentino tra il commissario Salvatore Nastasi e Cgil, Cisl e Uil (che rappresentano la maggioranza dei lavoratori) prevede tre punti principali: la sospensione per il 2006 e 2007 di alcune voci della parte variabile dello stipendio (in media il 7% della retribuzione); il monitoraggio del budget della fondazione nel corso dell'anno (cioè un tavolo aperto anche ai dipendenti che potranno controllare l'andamento dei conti); la creazione di un fondo speciale vincolato di 3,2 milioni per finanziare l'uscita volontaria dal lavoro di almeno 40 unità, fino a un massimo di 70, tra il personale della fondazione. A questi sono destinate in media 10 mensilità di stipendio che si aggiungono al Tfr. A seconda del numero di uscite, il taglio dei costi sarà compreso tra 2,5 e 4 milioni.
Oggi i dipendenti della Fondazione fiorentina sono quasi 500: almeno 50 hanno raggiunto o raggiungeranno tra breve i requisiti
per la pensione di anzianità. Anche per incentivarne l'uscita anticipata, la Fondazione Cassa di risparmio di Firenze metterà a disposizione 4,5 milioni di euro nel biennio 2006-2007 destinati a misure straordinarie di contenimento delle spese.
Il Maggio musicale, commissariato dal 9 settembre scorso e ora in regime di prorogatio, dopo la nomina di Francesco Giambrone a sovrintendente, in attesa che vengano designati tutti i membri del cda, ha chiuso il bilancio 2005 con una perdita di 7 milioni. Nel frattempo, però, il commissario Nastasi ha ottenuto il rinnovo delle linee di credito e un aumento di 2 milioni dei contributi di Regione, Provincia e Comune. Ulteriori interventi hanno poi consentito di chiudere in pareggio (nonostante il taglio di 4 milioni di contributi Fus) il budget 2006: la programmazione artistica è stata tagliata (per 2 milioni di euro), i costi del personale (premio di risultato e accordi economici del 2004) si sono ridotti di 1,5 milioni, infine è stato venduto un immobile di proprietà.
IL MATTINO 25 MARZO 2006
DALL'ORCHESTRA UN DOCUMENTO DI SFIDUCIA
Il documento è affisso all’ingresso degli artisti. Sotto, ci sono i nomi e le firme di quei professori dell’orchestra del San Carlo che hanno sottoscritto la sfiducia al sovrintendente Lanza Tomasi e alla classe dirigente del teatro e l’hanno inviata al sindaco-presidente del cda, Regione e Provincia. Gli orchestrali, meno della metà dell’organico, denunciano «uno stato di disagio e di preoccupazione derivante da una politica gestionale inadeguata e penalizzante». Temi di cui si discute in teatro dove i tagli al Fus, il fondo unico per lo spettacolo, hanno inferto un duro colpo alle già asfittiche casse. E la preoccupazione per il futuro tocca non solo i precari e l’indotto, ma anche le stesse masse artistiche. Così, in assenza di una rappresentanza sindacale interna, il disagio è stato messo nero su bianco nel documento degli orchestrali che, frutto di una lunga gestazione, tocca vari problemi, dalla politica di spesa alla tournée in Cina con la Nuova Scarlatti all’assenza di progetti per sviluppare il turismo sul territorio, all’utilizzo delle professionalità interne. Da qui la richiesta di non riconfermare l’attuale sovrintendente per il prossimo mandato. Scarno il commento di Lanza: «Quanto affermato in questo documento non risponde alla verità. Non è vero che il San Carlo ha perso prestigio, né in Italia né all’estero. Anzi, negli ultimi tempi abbiamo avuto risultati superiori a quelli di anni precedenti. Per Mozart abbiamo il tutto esaurito, ma anche il “Fidelio” è stato un successo». d.l.
Parma, fondi musicali in crescendo. Verdi? No, Lunardi. Venti milioni di euro in tre anni. A scapito del resto d'Italia. E gli esclusi gridano allo scandalo
GIOVANNI PACI
Corriere Economia, 27 febbraio 2006
Stonature La replica del ministro: «La città è stata scelta perché culla del patrimonio artistico italiano. Un tributo a Toscanini, non a me»
Finora, del progetto si conoscevano soprattutto i sostenitori. A iniziare dal presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, dall'Aga Khan e dal maestro Riccardo Muti. Meno nota, invece, era l'entità dei finanziamenti pubblici liberati dalla voglia del ministro Pietro Lunardi di dar lustro alla tradizione e al futuro musicale della natia Parma. Non i finanziamenti canonici previsti dal Fondo unico per lo spettacolo (Fus), su cui è ormai difficile intervenire visti i cospicui tagli delle ultime finanziarie. No, la ventina di milioni che secondo quanto risulta a Corriere Economia, tra il 2004 e il 2006, Lunardi ha fatto arrivare alle istituzioni musicali e concer-tistiche parmensi, a scapito del resto d'Italia, hanno un' origine diversa. Arrivano da Arcus, società pubblica che coniuga infrastrutture e cultura ed è finanziata con una cifra equivalente al 3% degli investimenti in grandi opere infrastrutturali, denari poi utilizzati per interventi su beni archeologici e paesaggistici, arte, cultura e spettacoli. Sono stati attivati finanziamenti per 57,37 milioni nel 2004, per 60,31 milioni nel 2005 e si ipotizzano 80,16 milioni per il 2006. Però a decidere cosa e quanto finanziare non è Arcus, ma Lunardi e il suo collega dei Beni Culturali, Rocco Buttiglione. Ecco dunque che, nonostante fonti interne definiscano il processo «ragionevolmente trasparente», pesa il potere discrezionale dei due ministri, che decretano il dettaglio dei progetti e l'importo destinato ad ognuno. In teoria i compiti sono ben divisi: le Infrastrutture decidono gli interventi relativi a beni archeologici mentre i Beni Culturali hanno mano libera su spettacolo e attività culturali. Con una bizzarra eccezione: Lunardi ha voce in capitolo sui progetti musicali. Perché? Unica, e ufficiosa, motivazione: IL MINISTRO E' NATO A PARMA, patria di Verdi e Toscanini. Tanto basta perché il resto d'Italia, inclusa Milano che pur qualcosa conta nel mondo musicale, debba accontentarsi. Nel 2004 a Milano è arrivato un milione all'Orchestra Verdi (suggestione del nome?), poi poco altro di rilevante. A Parma, in tre anni, ecco 9,9 milioni per la neonata Fondazione Parma Capitale della Musica; 3 milioni alla Fondazione Toscanini e 5 milioni all'emanazione Filarmonica Toscanini; all'Orchestra Cherubini, altra costola della Toscanini, va un milione. Infine, nel 2005 mezzo milione è andato al Teatro Regio. Una pioggia di denaro che nel deserto dei finanziamenti pubblici ha fatto scattare la rivolta di associazioni ed enti di promozione, che parlano di «scandalo». E insinuano che i fondi di Arcus sarebbero impiegati per ingaggiare artisti dai nomi altisonanti, i cui costi né il Teatro Regio né la Toscanini potrebbero permettersi. Che, insomma, Parma stia spendendo alla grande denaro procurato da un ministro amico mentre gli altri si cuciono le toppe sulle giacche. Intanto al Regio c'è l'ex sovrintendente della Scala, Mauro Meli. Nel comitato d'onore di Parma Capitale della Musica, oltre a Lunardi, Buttiglione e all'Aga Khan, ci sono altri due transfughi scaligeri: Muti e Confalonieri, che della Filarmonica della Scala era presidente. Così in novembre il concerto (al Regio) per l'insediamento dello stesso comitato è stato affidato dall'Orchestra Cherubini diretta da Muti e trasmesso da Rete 4, la cui programmazione, un tempo dedicata alla Filarmonica della Scala, ha ora un baricentro più emiliano. Inevitabile che tutto ciò finisse in politica, «E' scandaloso destinare una quota tanto alta di fondi a una sola città», ha attaccato Francesco Rutelli nonostante la Fondazione Toscanini sia controllata della Regione, in mano al centrosinistra. «E' pretestuoso — ribatte il sindaco (di centrodestra) Elvio Ubaldi, presidente del Regio e di "Parma Capitale" —. La Toscanini è un'istituzione regionale che qui ha solo la sede legale: gli unici soldi per Parma sono quelli per il progetto "Parma Capitale della Musica", che nasce con l'assegnazione a Parma dell'Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare e vuole mettere in grado la città di produrre un'offerta culturale e musicale adeguata al nuovo ruolo internazionale. E il Regio è tra i teatri meglio gestiti in Italia».
Nel 2005, due terzi dei fondi di Parma Capitale sono finiti al Regio, ma tra gli obiettivi c'è il decollo del Verdi Festival. «Stiamo cercando di usare Verdi per far crescere la città — spiega il sovrintendente Meli —. Come Salisburgo con Mozart e Bayreuth con Wagner. Fare concorrenza a Milano? Non scherziamo, il Regio ha un bilancio di 15,8 milioni, la Scala è la più grande istituzione musicale al mondo». Intanto, senza chiamarla concorrenza, in autunno andrà in scena un Don Giovanni diretto da Muti quasi in contemporanea col Don Giovanni che la Scala ha affidato al giovane Gustavo Dudamel.
«Parma è una città difficile», è la risposta standard alla domanda sul perché in campo musicale Comune, Provincia e Regione non colla-borino. Un problema che Lunardi ha superato con spirito bipartisan, procurando una decina di milioni all'iniziativa promossa dal sindaco-amico Ubaldi, e poco meno a quelle della Toscanini.
E il ministro-benefattore che dice? «Parma è stata scelta perché è la patria di Verdi e Toscanini e culla del patrimonio artistico e musicale italiano. Sostenere "Parma Capitale della Musica" è un tributo a loro, non al ministro Lunardi. Inoltre con l'Authority per la sicurezza alimentare Parma è a tutti gli effetti una città internazionale», nota Lunardi, che, secondo alcuni, conclusa l'esperienza governativa, potrebbe prepararsi a un futuro da sindaco della città.
Alti costi, finanziamenti ridotti: la lirica sull’orlo d’una crisi di nervi
LA STAMPA
AL termine del quarto e ultimo atto dell'Aida, in tutte le orchestre del mondo arriva finalmente il turno di un musicista che ha seguito impassibile lo svolgimento della partitura senza muovere né un dito né un labbro. È il clarinetto basso: gli tocca un «solo» di pochi minuti. E basta. Ma dev'essere naturalmente perfetto, meraviglioso, seducente. Deve suonarlo un bravissimo professionista. In questi momenti di tempesta sulle 13 Fondazioni liriche, alle prese con la riduzione dei finanziamenti previsti dal Fus, il Fondo unico per lo spettacolo, e in buona parte anche con problemi sindacali che tornano a divampare, dovendo tagliare i costi si può farlo anche su questo? La domanda è ovviamente retorica. È un esempio fra i tanti che ci propone Athos Canestrelli, secondo contrabbasso nell'orchestra del Regio di Torino, e quindi neanche sospettabile di interesse diciamo così privato. Lui il clarinetto basso non lo ha mai suonato. E non ha nulla a che fare nemmeno con una delle gag sindacal-organizzative più rinomate, che riguarda il secondo atto della Bohème. È una scena animatissima nel Quartiere Latino, affidata al coro, dove a un certo punto un venditore lancia alle massaie un grido di quattro note: «Prugne di Tours». Tanto basta per fargli scattare automaticamente il pagamento da solista. «È un emblema di rigidità contrattuale ormai proverbiale - ci dice il musicologo Oreste Bossini - ma sono aspetti tipici e tradizionali della storia del teatro. Possono sembrarci assurdi, sono piccoli mezzi per integrare il salario, niente di scandaloso in verità». L'aneddotica è fitta, a questo proposito: non ci sono solo le prugne di Tours, ma l'indennità pioggia per l'Arena di Verona, l'indennità Caracalla per l'Accademia di Santa Cecilia a Roma, l'indennità lingua straniera e infinite altre, tutte previste da complicati contratti integrativi. Si ricorda, alla Fenice di parecchi anni fa, prima dell'incendio, la richiesta di un'indennità per l'ultimo corista che doveva abbandonare la scena un minuto più tardi dei suoi colleghi. Ma sono spiccioli di fronte al grande gelo di questi giorni, quando tutti annunciano tagli, da Torino a Firenze, da Palermo a Venezia.
Il Maggio Fiorentino ha già rinunciato alla Salomé di Richard Strauss che doveva aprire il cartellone, appunto a maggio; a Palermo, mercoledì scorso, per buona misura è stata bloccata da un sciopero la prima mozartiana del Ratto del serraglio; a Genova le repliche della Favorite di Donizetti vanno in scena senza scenografia e senza coro; a Napoli il sovrintendente Gioacchino Lanza Tomasi ha lanciato l'allarme-fallimento, visto il passivo di 17,8 milioni accumulato dal 2000 a oggi. Si dice con insistenza, nell'ambiente, che la Fenice di Venezia potrebbe chiudere a giugno per riaprire solo a gennaio; Torino, che ha annunciato una Turandot con la regia di Ronconi, ma senza scenografie e costumi, che ha cancellato il balletto del Bolshoi e un concerto straordinario, al confronto non se la passa neanche tanto male. E mentre i sovrintendenti sono piegati sui conti, orchestrali, coristi e tecnici annusano una crisi di nervi. Siamo a un passo dalla sindrome-Alitalia, del tutti contro tutti, delle mille difese a oltranza di altrettanti piccoli privilegi mentre la barca affonda? No, risponde Vladi Spigarolo, responsabile audio, video e luci al Regio di Torino, quindi un tecnico, uno di quelli che il pubblico non vede. Ha 43 anni, è rappresentate sindacale, il suo lavoro gli piace molto; è persino soddisfatto (lo dice dopo una lieve esitazione) dello stipendio, che si aggira, «facendo abbastanza straordinari», sui 2000 euro. Non ha mai pensato seriamente di dare un calcio a tutto e aprire una tabaccheria. Detto questo, però, vede un buio futuro di tagli alla produzione e al personale. «L'Opera è uno spettacolo dal vivo. E questo significa gente che allestisce. È lo spettacolo che richiede più personale, mi stupisce che ci si scandalizzi per questo». Eppure il problema è tutto lì. Se al Maggio Fiorentino il baritono Claudio Fantoni, quando si cominciò a parlare di tagli, iniziò clamorosamente lo sciopero della fame ottenendo anche un buon seguito in varie parti d'Italia, l'attuale commissario governativo, Salvatore Nastasi (dirigente generale del settore spettacoli del vivo per il Ministero dei Beni culturali: proprio oggi sarà a Firenze con il ministro Buttiglione) non nasconde che su 480 dipendenti «ce ne sono una settantina di troppo». «La situazione era drammatica, ora abbiamo un attivo di 1 milione. Ho tagliato il 20% della produzione, non potevo far altro. Poi la gente deciderà se è stata una buona o una cattiva idea, e si comporterà di conseguenza». Se non si può o non si vuole licenziare non resta altro, aggiunge. Nessuno ammette che sia questione di sprechi: «Io per esempio non ne ho trovati. Qui non c'è gente che ruba. Ci sono diseconomie di scala», conclude Nastasi. Bando allora a tutta l'aneddotica, se è un aspetto secondario. Il soprintendente di Bologna, Stefano Mazzonis, ci annuncia in diretta che se ne va: è stato appena nominato direttore artistico dell'Opera di Liegi. In fuga dal Fus? «No, una scelta ponderata, maturata nel tempo». Ci tiene però a spiegare che lascia un teatro dove le rigidità contrattuali sono state ampiamente superate, i «costi e gli orpelli» tagliati decisamente. «Il teatro di Bologna è tra i più invitati all'estero anche perché ha prezzi concorrenzali», dice. E una salute di ferro: una volta conclusero con un concerto serale a Gerusalemme un tournée in Israele, arrivarono al mattino a Roma e la sera stessa si esibirono ancora, «con grandissimo successo». Anche loro, però, ridurrano la produzione. Non c'è altro da fare, a questo punto. E più si cancella dal cartellone, più cresce l'ansia, dai teatri più ricchi come la Scala di Milano o il Regio di Parma (che nonostante l’importanza è considerato di «seconda fascia» e non fa parte quindi dei «magnifici 13») a quelli dove le condizioni sono precarie, come Palermo. Il Teatro Massimo, ci spiega il soprintendente Antonio Cognata, ha un debito consolidato a lungo termine di 25 milioni. E 4,2 milioni in meno di finanziamenti, senza contare la rata di rimborso del debito, 670 mila euro. «Si taglierà la produzione, ma non solo», dice. Quindi anche il personale? «Purtroppo dovremo intervenire su tutti i costi», è la risposta. Nessun dipendente di ruolo rischia ovviamente il posto, ma c'è poco da stare allegri. E il baritono Paolo Cutolo (fa parte del coro), benché non fosse tra quelli che hanno bloccato la Salomé, decisione presa da un sindacato autonomo, è molto arrabbiato. «Finirà che chiederemo esplicitamente al Sindaco di rimuovere il Soprintendente. A Palermo nella prosa, nonostante la crisi, hanno aumentato gli stipendi. Perché a noi no?». Se è un miracolo, è a doppio taglio. In una situazione così disperata sembra fuori della realtà parlare di aumenti. Però la vita dietro le quinte e sul palcoscenico sta diventando sempre più dura per tutti, precari in testa. Accade così che austeri professori si ritrovino a cantare per i matrimoni. «Adesso non mi faccia passare per quello che dipinge i colleghi come dei poveracci», ammonisce Cutolo. D'accordo, promesso. «Allora, le dico che a me è accaduto, quando ero assunto a tempo determinato, insomma da precario. Abbiamo preparato con mia moglie un'Ave Maria di Gounot arrangiata per organo, baritono e mezzo soprano, e l'abbiamo eseguita in una bella chiesetta di Piedemonte Matese». Ora non più. «Non ne ho più bisogno. Ma guardi che succede un po' dappertutto: qui in Sicilia il Massimo è una cattedrale nel deserto, ma a Napoli per esempio questa attività è molto diffusa. E anche nel ricco Nord, solo che lì forse pagano meglio». INCHIESTA. PROTESTE, SCIOPERI, RAPPRESENTAZIONI CANCELLATE: VIAGGIO NEL MALESSERE DEI TEATRI ITALIANI E DI CHI CI LAVORA
MARCO BAUDINO marco.baudino@lastampa.it
SARA' FORSE INTERVENUTO SAN GENNARO? ABITUATO A SCIOGLIERE MIRACOLOSAMENTE IL SANGUE OGNI ANNO,AVRA' PROVATO ANCHE A GUARIRE I BILANCI CHE SEMBRAVANO IRRIMEDIABILMENTE COMPROMESSI?
San Carlo, bilancio approvato Nessun taglio alla produzione
IL MATTINO 25/2/2006
Si apre con un disavanzo pari al taglio del Fus, il Fondo unico per lo spettacolo, il bilancio preventivo 2006 del teatro di San Carlo, approvato ieri sera dal cda presieduto dal sindaco Iervolino. Un «buco» di circa tre milioni di euro che potrebbe anche essere in parte recuperato con reintegri o con l’ingresso di privati nella fondazione. Al momento niente tagli alla produzione, ma l’avvio di un risanamento economico attraverso altri strumenti illustrati nel pomeriggio, in teatro, nel corso di un incontro tra i rappresentanti sindacali e i dirigenti. Si è riparlato della stesura di un piano industriale che eviti sprechi e pianifichi il futuro delle attività. Fissato anche un prossimo appuntamento per il 2 marzo. Subito dopo dovrebbe essere convocata un’assemblea e si dovrà anche eleggere una nuova rsu.
IL MATTINO 19/02/2006
SAN CARLO I SINDACATI SU VLAD
Cgil, Cisl, Uil, Fials-Ugl dicono no alla nomina del consulente artistico al San Carlo (Alessio Vlad), fatta l’altra sera dal cda a tre mesi dalla scadenza del mandato dello stesso consiglio e del sovrintendente e con una situazione economica è sempre più precaria dopo gli ulteriori tagli al Fus, il Fondo unico per lo spettacolo. «L’assoluto dissenso» dei sindacati arriva dopo un’affollata assemblea generale tenuta in teatro l’altra sera, durante la quale si è discusso anche della tournée in Cina con la nuova orchestra Scarlatti. Venerdì 24 è previsto un incontro con il sindaco Iervolino, presidente del cda e, in serata, la riunione dello stesso consiglio di amministrazione che dovrà approvare il bilancio consuntivo 2005 e preventivo 2006 che si apre con un disavanzo di tre milioni e mezzo di euro circa.
IL MATTINO 15/2/2006
IL CDA DEL TEATRO
Donatella Longobardi Conti in rosso al San Carlo. Così Alessio Vlad, che doveva essere nominato direttore artistico diventa solo «consulente» del teatro. «Ma è una cosa normale, visto che a giugno è prevista delle cariche e il direttore artistico decade con il sovrintendente», spiega Lanza Tomasi, come a voler chiarire che sulla decisione non ha pesato la dura presa di posizione della Uil dell’altro giorno contro la nomina e gli sprechi. «Vlad entra in teatro e poi eventualmente, con il rinnovo degli organi, si può ipotizzare la sua direzione artistica, sempre che io resti alla sovrintendenza», aggiunge Lanza. E il neo-consulente figlio di Roman Vlad, grato, dice di accogliere «questa nomina con la consapevolezza del lavoro che mi attende e della storia e delle tradizioni del teatro più bello del mondo». Precisa però che, a causa di impegni precedenti, sarà disponibile da aprile: «È evidente - aggiunge - che la parte economica che mi riguarda avrà inizio da quella data, è anche un modo per contribuire, in questo momento difficile, nel mio piccolo, a ridurre le spese». Ieri sera il consiglio di amministrazione della Fondazione, presieduta dal sindaco Iervolino, ha discusso le linee di massima del bilancio consuntivo del 2005 e il preventivo 2006. Si attende ora la relazione dei revisori dei conti e un’ulteriore seduta del cda per l’approvazione. Acquisito al patrimonio del teatro lo storico Palazzo Cavalcanti, donato dal Comune, che con il suo valore (tre milioni e settecentomila euro) dà una boccata d’ossigeno alle esauste casse del teatro. La riunione è stata lunga, articolata, per discutere soprattutto sula delicata situazione economica del teatro. S’è parlato anche della prossima stagione estiva che sarà finanziata da Regione e Provincia. Si faranno sia la «Cavalleria rusticana» con la regia di Scaparro a Baia sia una «Madama Butterfly» all’Arena Flegrea, dove si spera di replicare il successo riportato dalla «Bohème», due anni fa. In base agli ultimi dati il «buco» è di circa 17 milioni di euro e comprende la somma dei disavanzi dal 2000 al 2004 cui si aggiungono, per il 2005, mancati recuperi del Fus rispetto agli anni precedenti di 3 milioni e centomila euro. Mentre il taglio della Finanziaria sul 2006 incide in negativo per tre milioni e centomila euro. Una situazione davvero molto difficile dalla quale altri teatri italiani in condizioni simili sono usciti attraverso il commissariamento (Maggio Musicale Fiorentino) o dtrastici tagli anche alla produzione (Carlo Felice di genova). Una strada sempre osteggiata dal sovrintendente Lanza Tomasi, che che ne fa una questione di rispetto per il pubblico. D’altra parte, gli incassi di biglietteria rappresentano una entrata considerevole per il teatro, circa 5 milioni di euro ogni anno cui, si devono aggiungere un milione e 600mila euro di sponsor. «Ma speriamo che si concreti presto anche l’ingresso nella Fondazione di imprenditori privati», ha detto Lanza Tomasi «l’incontro avuto con l’Unione Industriali ci fa ben sperare in questo senso». Comunque, per il primo semestre di quest’anno non ci dovrebbero essere problemi: «Nonostante tutto - spiega Lanza - c’è un certo ottimismo. L’acquisizione al patrimonio di Palazzo Cavalcanti ci dà una buona possibilità di ripresa. Ma certo, è impossibile pensare di realizzare una stagione 2007 con queste somme a disposizione».

di Lorella Pieralli
Calunnia, calunnia, alla fine qualcosa resta...pare questa la leva di fondo che spinge in questi giorni una serie di personaggi autorevoli, o presunti tali, a inoltrarsi sul terreno scivoloso dei dati. Stiamo parlando ancora della presunta crisi delle Fondazioni lirico-sinfoniche, cioè dei teatri d’opera italiani.
Musicologi, Sovrintendenti, economisti su vari organi di stampa, da Torino a Palermo, passando per Napoli, hanno impresso una vistosa accelerazione a quello che non è (ahimè la par condicio) un dibattito ma un monologo...Pare insomma che il settore sia in grave crisi e che la colpa di tale crisi sia da attribuire a null’altro che ai faraonici stipendi dei dipendenti.
Cerchiamo di capirci qualcosa: il Governo ha di fatto dimezzato il finanziamento del fondo unico dello spettacolo, mettendo in ginocchio tutta la musica, ma non solo: anche il cinema, il teatro di prosa e quant’altro.
Tale “strategia” è stata pubblicamente giustificata dal presidente del consiglio in persona con un teorema secondo il quale, essendo la cultura tutta in mano alla sinistra, si può pure farne a meno.
Non molti giorni fa, l’associazione dei Sovrintendenti (anfols) ha tenuto una conferenza stampa presso l’Opera di Roma in cui ha presentato una scarna cartella dati, dove comunque emergeva un bilancio tutt’altro che scoraggiante della produzione e dell’afflusso di pubblico entrambi in aumento!E la crisi?
Quando un settore è in crisi, nel campo della produzione industriale ad esempio, di solito la domanda cala, il prodotto non interessa più come prima, e quindi la sovrapproduzione rimane invenduta e il suo valore di mercato scende. Secondo i dati forniti quindi, non si può dichiarare in crisi un settore in crescita ma tant’è. Siamo al paradosso. E’ un vero peccato tra l’altro non poter conoscere i dati disaggregati teatro per teatro, in modo da poter valutare l’operato dei singoli Sovrintendenti, per capire chi ha operato meglio o peggio.
Si favoleggia di privilegi e stipendi da sogno dei dipendenti, ma la media europea invocata da più parti non viene resa nota, lasciando spazio al dubbio che orchestrali e coristi italiani non siano poi realmente al di sopra di tale fantomatica media. Anzi alla conferenza stampa in questione il presidente dell’Anfols Vergnano ha dichiarato davanti ai giornalisti che gli stipendi italiano sono nella media.
L’eco di questa affermazione però si frange contro quelle di segno contrario espresse ad esempio da Sandro Cappelletto, o da G.Lanza Tomasi che continuano non solo a sostenere il contrario ma a proporre, come medicina miracolosa, il taglio degli stipendi e a chiedere un mandato (non si capisce a chi) per presentare piani industriali in un contesto che per definizione industriale non è, non può essere e , speriamo, non sarà mai. Per converso si difendono i costi degli allestimenti, si omettono nel fornire cifre, i costi dei cachet degli artisti, che sono, quelli sì, davvero rilevanti e superiori di un bel po’ alla media Europea, come candidamente ammesso da Zubin Metha.Tanto da spingere il ministero a emanare un calmiere.
Ci si guarda bene dallo spiegare invece che le orchestre, i cori, i corpi di ballo sono la materia prima di questa industria culturale, senza la quale andare ogni sera in scena sarebbe alquanto arduo, di conseguenza prelevare soldi dagli stipendi dei suddetti corpi artistici per sanare una cattiva gestione che risale a ben prima dei recenti tagli, ci pare quanto meno singolare. Val la pena di ricordare che i deficit vertiginosi dei nostri teatri d’opera sono stati una costante ininterrotta indipendentemente dall’entità del finanziamento: vuol dire che qualunque cifra lo stato, e di recente i privati, abbiano elargito,si è speso di più. I cachet dei cantanti, dei registi, dei direttori, con l’avvento dell’euro sono raddoppiati e con essi gli introiti delle agenzie...Agenzie le quali dettano i cartelloni secondo le proprie convenienze e disponibilità, costringendo i teatri a programmare non sulla base delle proprie risorse umane, professionali, organizzative che potrebbero essere così ottimizzate, per usare un termine aziendalistico. I suddetti artisti hanno, nel 90% dei casi, la residenza e il conto corrente a Montecarlo e le agenzie che li rappresentano agiscono liberamente in totale assenza di qualunque regolamentazione, per dirne una, di antitrust,ciò che potrebbe spiegare la differenza rilevante dei cachet italiani rispetto al resto d’Europa con la verifica se esista o meno un “cartello”. Siamo il paese dei balocchi, di lusso. In questo senso interessante sarebbe una lettura comparata dei bilanci delle fondazioni, peccato che questo sia reso impossibile dalla disomogeneità della loro struttura anch’essa non soggetta ad alcuna regolamentazione. L’incidenza media dei costi del personale rispetto a quelli artistici è attualmente del 57% del finanziamento pubblico (dati anfols) per i primi. Se si considera che il finanziamento pubblico è calato progressivamente negli anni o nel migliore dei casi non ha avuto l’incremento a compensazione dell’inflazione, è evidente che l’incidenza dei costi del personale è salita non tanto per effetto degli aumenti di stipendio ma per effetto del calo del finanziamento. Per finirla: invece di chiedere mano libera per abbassare le retribuzioni dei lavoratori, sarebbe forse il caso di portare alla decenza il sistema delle agenzie, sostituire finalmente questi Sovrintendenti che si sono dimostrati nei fatti incapaci di gestire, allevare dentro i teatri una classe dirigente capace di dare un futuro al patrimonio dell’Opera Italiana che ha oramai più fortuna nel resto del mondo che nel suo paese d’origine...Al di là del necessario ripristino del Fondo per lo spettacolo, sembra quindi improcrastinabile una vera riforma sulla quale però né il sindacato né la sinistra pare aver nulla da dire. Un silenzio assordante.E se gli interlocutori di chi dovrà farla questa riforma sono proprio quelli che hanno fatto i “buchi” immaginiamoci le conseguenze: lasciare inalterata una discrezionalità già incredibile per gestire con il vestito da Manager privati i denari dei contribuenti ( e dei lavoratori).Insomma, cambiare tutto per non cambiare nulla.
http://www.articolo21.info/notizia.php?id=3073
IL MATTINO 30/1/2006
Quando posi la mia candidatura a soprintendente della Fondazione Teatro di San Carlo mia moglie mostrò qualche apprensione. I teatri lirici possono offrire immense soddisfazioni, e il San Carlo me ne ha offerte più di ogni altro. Spesso si è determinata una sintonia di tensione artistica fra lavoratori e pubblico e nessuna soddisfazione può dare un teatro maggiore di questa. Si ha l'impressione di essere al centro degli interessi della città. Ma a un certo punto la storia finisce male. Sono sempre tornato in teatro come il giocatore d'azzardo alle poste, se l'opera è nel vostro sangue il rischio fa parte del gioco. Quando fui nominato soprintendente il mio collega Lorenzo Bianconi si congratulò con me quale successore di Barbaja. «Senza la licenza del gioco d'azzardo non è la stessa cosa», risposi, e potrei azzardare che la soluzione dei problemi del San Carlo sarebbe proprio quella del ritorno alle origini: dargli in gestione un casinò. La crisi finanziaria della Fondazione Teatro di San Carlo parte da lontano, cioè dal 1999 quando la Fondazione vide la luce con 33 miliardi di capitale, a fronte di un bilancio di esercizio di 35. Il deficit strutturale poteva reggersi e ha retto fino al giugno 2005, grazie all'incremento del contributo della Regione Campania e all'ingresso della Provincia in Fondazione. Nel giugno 2005 le Fondazioni ricevettero assicurazione che il Fus sarebbe stato ripristinato al livello 2003. Invece si trovano ad affrontare la previsionale 2006 con un meno 20% (al San Carlo -6.000.0000). In questi giorni i Consigli di amministrazione delle fondazioni stanno per approvare i loro bilanci, e son dolori, si parla di tagli alla produzione, tagli alle retribuzioni e quant'altro, le relazioni aziendali segnano tempesta. Ora l'amministratore della Fondazione una proposta di bilancio la deve pur fare e nella ridda di congetture e di cifre in rosso ho deciso di esporre pubblicamente il problema. Per risposta vi sono stati due interventi, uno del presidente della Camera di Commercio Gaetano Cola sul Sole 24 Ore e l'altro del professor Sergio Sciarelli sul Mattino, i quali suggeriscono che al soprintendente, a cui si riconosce competenza artistica, venga affiancato un manager. È la soluzione del Teatro alla Scala, dove Ermolli reperisce le risorse e il soprintendente Lissner le spende. Nessun uomo sarebbe di me più felice. Il contratto Scala è ben più alto di quello del San Carlo, ma nessuno si sogna di turbare le relazioni aziendali. Il Soprintendente Lissner si è soltanto opposto al mantenimento del sistema Scala che includeva gli Arcimboldi, operazione impopolare sul piano dell'incremento dell'occupazione, e non condivisa da tutta la dirigenza politica di Milano. E la cosa toccava nervi sensibili: l'abbandono degli Arcimboldi è stato anche un motivo sotteso alla rimozione del soprintendente Fontana. Sorge a questo punto come e quanto un soprintendente possa essere un manager. Cola e Sciarelli, nelle rispettive aziende alimentari ed assicurative, elaborano un piano industriale indirizzato verso un recupero della competitività. Il piano industriale individua esuberi, ottimizza il contratto, comprime quella quota delle retribuzioni ritenuta improduttiva e che viene data in pasto all'opinione pubblica come «sprechi». Lo fanno in nome dei diritti sacri dell'impresa, e non dubito che se il Governo decidesse da un anno all'altro di fare un prelievo del 20% sulle loro risorse, non parlerebbero di «sprechi» ma chiederebbero a gran voce la restituzione dei fondi, come faccio anch'io. Nelle loro scelte essi hanno operato in linea con la tendenza attuale della congiuntura, una linea che comprime diritti ed oneri sociali ed incrementa flessibilità e produttività. Questa linea non è stata dettata da capriccio, essa è dettata dalla stessa sopravvivenza. Paese ad alto tasso di solidarietà l'Italia cerca di frenare la sua introduzione del settore pubblico. Certo, queste inclinazioni economiciste hanno eroso le partecipazioni statali, hanno prodotto gli esuberi nelle aziende di credito, hanno condotto a volte ad approvare il piano industriale di un manager e porlo come condizione stessa della sopravvivenza dell'azienda (Alitalia). Il paese è fatto di elettori ed è coerente che sorga la tentazione di non spingere sull'acceleratore. Oggi si dà ogni colpa ai furbetti, ma in buona fede va riconosciuto che ogni uomo di governo si pone il problema di turbare quanto meno possibile le relazioni aziendali. Se non fosse così non sarebbe un uomo di governo ma uno statista. E questi invero difettano. Il mondo dello statuto dei lavoratori è finito in soffitta, ma era pur tanto bello. Ciò premesso, dichiaro che pur conoscendo per lunga dimestichezza i problemi che affliggono il settore non ho avuto mandato a risolverli. Ho tutte le libertà possibili salvo quelle afferenti la conflittualità. Da un paio di settimane passo per il palcoscenico fra "vattenne" percepibili se pur ancora non corali. I lavoratori pensano che mi sia appropriato dei loro soldi, e l'idea che uno dei mali principali sia da cercarsi negli allestimenti è ormai luogo comune. Sciarelli lo menziona espressamente. Non mi dilungo nel merito, posso soltanto dire che l'idea degli allestimenti circolanti a costo zero può venire in mente soltanto a chi non sa proprio quel che sia un teatro. E poi una sola cifra spiega a sufficienza come stanno le cose. Gli allestimenti incidono per 1,5 milioni su un bilancio di 35, con oneri imputabili al costo del lavoro di 24. E quel 4% allocato agli allestimenti produce un ritorno nel prodotto superiore alla spesa. Ben venga quindi un manager alla Fondazione Teatro di San Carlo. Ma da quel che la storia recente indica questi sarà tale se, e in quanto, riuscirà a reperire quei fondi pubblici che al suo predecessore erano stati negati. «Es ist eine alte Geschichte / doch klingt es immer neu» (è storia vecchia, ma par sempre nuova) recita uno dei più meravigliosi Lieder di Heine Schumann. Gioacchino Lanza Tomasi
Sergio Sciarelli,Professore ordinario di Economia e gestione delle imprese presso l'Università Federico II di Napoli, responsabile economico di Forza Italia in Campania,ha scritto sul giornale di oggi le sue le sue riflessioni,liberamente ispirate al pensiero di Silvio...La locuzione economie di scala è usata in economia per indicare la relazione esistente tra aumento della produzione e la diminuzione del costo medio unitario di produzione.Quando il professore fa riferimento ai costi fissi ,sicuramente si riferisce al personale stabile;se venissero sfruttare le economie di scala i costi dovrebbero essere abbattuti facendo ricorso alla outsourcing(esternalizzazione) di alcuni reparti,cita ad
esempio la scenografia ma sicuramente intendeva parlare anche degli altri settori,infatti alla fine fa riferimento "ai tanti vincoli da rimuovere" e cioè,a nostro avviso, all'eccessiva sindacalizzazione.In campagna elettorale ci si guarda bene dal parlare nello specifico di tagli e licenziamenti,secondo il professore la gestione è discutibilissima ma ci viene il dubbio che dal suo punto di vista lo sia solo perchè è della fazione politica opposta.I Milionari
RIFLESSIONI- SAN CARLO COME EVITARE IL COLLASSO
I problemi di particolare gravità che riguardano il San Carlo sono comuni a tanti altri teatri lirici e richiedono interventi molto seri di carattere strutturale e manageriale. Il mondo della lirica assomiglia, purtroppo, a un altro mondo dello spettacolo che appare afflitto dagli stessi problemi, ovvero a quello del calcio, in cui numerosi sono già stati i casi di fallimento (tra cui quello del Napoli Calcio) e ancora più numerose sono le situazioni di crisi pressoché irreversibile in atto. I due mondi si somigliano per due ragioni principali: il ridotto avanzamento del processo di «aziendalizzazione», che non ha ancora investito il settore artistico e quello calcistico, e i compensi troppo elevati corrisposti ai protagonisti (ugole d’oro e campioni della pedata). Accanto, però, a questi elementi di similarità, vi è un fattore di differenziazione, molto rilevante ai fini delle osservazioni che vogliamo sviluppare: il mondo del calcio è sostenuto dal mecenatismo, vero o presunto, dei signori presidenti delle società, mentre quello della lirica si regge principalmente sull’aiuto pubblico. Da ciò non può che discendere la maggiore responsabilità di chi è messo alla testa dell’ente lirico, dato che i disavanzi di gestione vanno, in grande misura, a carico della collettività. Senza volere con ciò sostenere che la cultura, musicale e non musicale, non debba essere sostenuta dallo Stato e dagli enti locali, va legittimamente messa in discussione la misura in cui questi interventi siano o possano essere socialmente giustificati. In altri termini, le domande da porsi appaiono oggi facilmente individuabili: come vanno conciliate arte ed economia? quale dovrebbe essere un giusto prezzo da sostenere per la promozione culturale? e, ancora più specificamente, in qual modo l’efficacia del prodotto (bontà di una rappresentazione) è in grado di giustificare il sacrificio dell’efficienza (uso ottimale delle risorse)? I problemi di fondo di tutti gli enti lirici sono abbastanza noti: esuberanza di personale, dovuto soprattutto all'eccessiva internalizzazione delle attività (rimane la tradizione di allestire, con risorse interne, scenografie, bozzetti, costumi), alti cachet artistici (non giustificabili in rapporto all'effettivo incasso dello sbigliettamento) e, in ultimo ma forse meno avvertita, è la mancanza pressoché assoluta di partnership nel settore. Quello che cioè pesa sulla gestione sono i costi fissi e l’impossibilità di sfruttare le classiche economie di scala. Perché, dunque, non fare ricorso all’outsourcing per alcune delle attività? perché bruciare un allestimento molto costoso per una sola stagione e in una sola piazza teatrale? Perché la stessa opera non può girare in più teatri lirici oppure perché la stessa opera, a seconda del regista, dev'essere rappresentata con nuove scenografie, nuovi costumi? La crisi del San Carlo è, dunque, di carattere più generale ed è comune a tutti i teatri lirici, ma con un aggravante non certo secondaria: a Napoli non è facile reperire risorse supplementari dal settore privato, come accade per la Scala di Milano, per cui un taglio del contributo statale può essere controbilanciato soltanto mediante una più accorta gestione dei costi. Bisogna quindi capire meglio quali possono essere le prospettive realistiche di un’istituzione così gloriosa, ipotizzando un deciso intervento manageriale di riorganizzazione delle strutture e affrontando il delicato compito di predisporre un business plan pluriennale, sostenibile nel tempo. Di fronte ad un avvenire in cui, almeno per il momento, certi andamenti negativi (tagli ai contributi pubblici e scarsità di risorse private) sembrano unicamente destinati a peggiorare, non c’è più spazio per misure congiunturali o di breve periodo. La sopravvivenza dignitosa di un teatro, che ha accompagnato la storia della nostra città e che rimane un vanto della lirica italiana, si lega a modifiche sostanziali nella gestione. Certo, non sarà facile modificare strutture e comportamenti consolidatisi negli anni, ma di fronte all’emergenza occorre un piano di gestione, forte anche rispetto ai tanti vincoli da rimuovere. È cioè indubitabile che, accanto a un presidio artistico di elevato livello professionale, deve poter operare un manager aziendale capace di conciliare, nel modo più opportuno, efficacia ed efficienza, qualità ed economicità, interesse dei melomani con quelli della collettività. Sergio Sciarelli
L’ALLARME DI LANZA TOMASI «Al San Carlo rischiamo il fallimento»
Donatella Longobardi Mentre il governo taglia i fondi statali l’Unione industriali va in soccorso del San Carlo. Ma di soldi, al momento, non se ne parla. Anche se la situazione economica delle casse della Fondazione sembra al limite: «Abbiamo forse sei mesi di vita, si rischia il fallimento», denuncia il sovrintendente Lanza Tomasi che davanti agli imprenditori, ai sindacalisti e alla stampa convocata per annunciare l’accordo, snocciola cifre preoccupanti: un 2006 che inizia con 6 milioni e 900 mila euro in meno dei necessari 35 milioni e un disavanzo degli anni precedenti (2000-2004) che supera i 12 milioni. Di fronte a questi dati, quella annunciata ieri nella sede dell’associazione in piazza dei Martiri è solo l’inizio di una collaborazione degli industriali con il teatro che entra di diritto nel salotto buono dell’imprenditoria napoletana. «Quattrocento dipendenti sono una realtà da tenere in considerazione», nota il vicepresidente al marketing per lo sviluppo associativo Vito Grassi, curatore dell’iniziativa che con il San Carlo apre un nuovo capitolo all’interno dell’Unione. L’ingresso del teatro, infatti, è solo il primo tassello di un progetto che tende a fare della cultura e del turismo ad essa collegata un’impresa economica e produttiva. «Se non si fa funzionare il San Carlo che è la nostra massima istituzione culturale - ha detto il presidente dell'Unione, Giovanni Lettieri - il territorio rischia di diventare ancora meno competitivo di oggi. E il tenore di vita di una città non si misura solo in costi, ma su quel che offre, dai teatri ai parcheggi». «Per noi, è un onore e un onere tentare di risolvere la situazione di questo teatro conosciuto in tutto il mondo», ha aggiunto il presidente ricordando come la richiesta di far fronte alle esigenze del San Carlo è arrivata dalla base perché molti industriali napoletani hanno suggerito un intervento. Lettieri fa qualche nome: da D’Amato a De Feo, Maione, Zigon. «Non vorrei però dimenticare qualcuno», aggiunge il presidente che annuncia un tavolo allargato anche alla Camera di commercio per tentare di costituire una cordata di privati disposti a sostenere le attività del Lirico. «Dovremo comunque adattarci alla situazione napoletana - dice Lettieri - che purtroppo non è quella di Milano dove bastano pochi big della finanza o di banche che si autotassano per dare fiato alle casse del teatro. Di fronte a un disavanzo come quello del San Carlo occorrono ben altri interventi istituzionali». E alle istituzioni fa riferimento lo stesso Lanza Tomasi ricordando come, ad esempio, a Venezia il sindaco Cacciari abbia messo mano alle tasche del comune per aiutare il teatro: «Oggi - dice - l’intervento di stabilizzazione può essere fatto solo dall’ente pubblico. Ed è al sindaco e al cda che spetta dare l’indirizzo politico sulle scelte da affrontare per risanare il bilancio. Io, personalmente, sarei cauto a diminuire le attività visto che ci portano nelle casse circa 6 milioni e seicentomila euro all’anno». Da qui l’ennesima richiesta dei sindacati (all’incontro ci sono Barba, Mazza, Cascone e La Penna di Cgil, Cisl e Uil) di varare un piano di risanamento aziendale ma anche di ripensare al futuro del San Carlo e a un’«industria della cultura» per uscire da un momento di difficoltà e aiutare i lavoratori. Prima che si arrivi a fallimenti e commissari.
FIRENZE — L'incantevole Turandot di Zhang Yimou, il regista di Lanterne rosse, torna al Comunale: in buca Zubin Mehta infiamma l'orchestra e il pubblico riserva un'accoglienza trionfale. Il teatro fiorentino mostra sulla scena la sua professionalità e solidità. Difficile credere che invece sta vivendo una delle sue stagioni più drammatiche: i tagli della Finanziaria al Fondo Unico Spettacolo sommati al deficit, hanno costretto a cancellare due opere dal cartellone della 69ma edizione del Maggio Fiorentino, il più antico festival d'Italia: Salomé di Richard Strauss per l'inaugurazione (il 30 aprile) con la bacchetta di Daniele Gatti e Il naso di Shostakovic che doveva segnare il ritorno a Firenze di Valery Gergiev.
Nessuno in teatro ricorda una simile crisi, a parte i tempi di guerra che videro la temporanea sospensione del Festival. Privo di sovrintendente e di consiglio di amministrazione, il teatro è attualmente retto dal commissario Salvatore Nastasi. «Voliamo come un aereo con il pilota automatico — tenta di scherzare Mehta, direttore musicale del Maggio dal 1985 — Questa Turandot dimostra che il teatro funziona. In realtà è una tragedia. Tutti pensano che se cambierà il governo, cambierà la situazione. Io non credo. Tutti i governi sacrificano la cultura in nome del risparmio. Come se l'Italia non avesse niente a che fare con l'arte! Metterò in imbarazzo il ministro Rocco Buttiglione che sarà il 29 gennaio alla cena organizzata per raccogliere fondi per il nostro teatro».
Nel cartellone del Maggio rimane solo un'opera, Falstaff, diretta da Mehta con il nuovo allestimento di Luca Ronconi, dal 12 al 19 maggio. «Gatti si limiterà ad aprire il Festival il 30 aprile con un concerto e a dirigerne un secondo»; dice il direttore indiano che lamenta anche il fatto che i recenti decreti «Tutti i lavoratori del teatro si stanno impegnando e fanno sacrifici: hanno accettato di diminuire del 5 per cento la parte variabile dello stipendio». Ora è uscito un decreto, ministeriale che impone un calmiere per i compensi degli artisti. «Sono d'accordo, ma — s'accalora Mehta — è importante che tutti i sovrintendènti rispettino questo tetto e non passino compensi in altra forma. Sono anni che io ho lo stesso compenso: al di sotto dei 25 mila euro a recita». Per quanto riguarda l'estero, «a Vienna, sembrerà incredibile, prendo 5mila euro a concerto quando dirigo i Wiener Philharmoniker. È la cifra da loro stabilita per tutti i direttori».
Corriere del Mezzogiorno 20/1/2006
La Fondazione Teatro di San Carlo si associerà all'Unione degli industriali di Napoli,struttura che sta per dar vita a una sezione specifica per lo spettacolo.Tra le novità di Confindustria Napoli,guidata da Gianni Lettieri,ci sarà spazio per alcune commissioni specifiche:una sulla cultura,presieduta dall'armatrice e presidente del cda dell'editoriale del Mezzogiorno,Maria Laura Cafiero Mattioli;una sull'internazionalizzazione,che toccherà a Paolo Scudieri(Adler plastic);una sulla Cultura d'impresa che sarà presieduta da Nevio di Giusto(Fiat Elasis).
Comunicato dell'Unione Industriali di Napoli
Intesa associativa tra Unione Industriali di Napoli e Fondazione Teatro di San Carlo. L’accordo sarà illustrato nel corso di una Conferenza Stampa in programma presso l’Unione Industriali mercoledì 25 gennaio alle ore 12.00. Interverranno per l’Unione il Presidente e il Consigliere Delegato al Marketing per lo Sviluppo associativo dell’Unione industriali, rispettivamente Giovanni Lettieri e Vito Grassi, il Sindaco di Napoli nonché Presidente della Fondazione Teatro di San Carlo, Rosa Russo Iervolino, il Sovrintendente del Teatro San Carlo, Gioacchino Lanza Tomasi.
Corriere del Mezzogiorno -San Carlo, contrordine: l’«Attila»va in scena - 13/01/2006
Circa cento i lavoratori del San Carlo, ieri mattina, davanti a Palazzo San Giacomo muniti di striscioni contro il sovrintendente (con su scritto «Vattene, Lanza») e la stessa Rsu del Teatro. Poi, il lungo e rassicurante incontro delle rappresentanze sindacali con la sindaca-presidente della Fondazione, Rosa Russo Iervolino che, garantendo il proprio impegno sui prossimi stipendi ed un tavolo d’intesa con Antonio Bassolino e Dino Di Palma, unitamente all’esito dell’assemblea tenutasi nel pomeriggio nella sala del Teatro, ha sciolto il nodo della vertenza, scongiurando lo sciopero annunciato per oggi: la prima dell’«Attila» di Giuseppe Verdi va pertanto regolarmente in scena, questa sera alle ore 20.30 e fino al giorno 22, quale secondo titolo della stagione. Dramma lirico in un prologo e tre atti di argomento storico-politico su libretto di Temistocle Solera, varato con successo alla Fenice di Venezia nel marzo 1846, unico autografo di un’opera verdiana non presente negli archivi Ricordi o della Bibliothèque Nazionale di Parigi, ma custodito nella sezione manoscritti della British Library londinese e assente da diciannove anni dal palcoscenico sancarliano, l’«Attila» torna a Napoli nell’allestimento della Fondazione Toscanini di Parma firmato da Pizzi per regia, scene e costumi. Tra l’altro, con una particolarità: il recupero di un’aria inedita e di superba mano («Sventurato! Alla mia vita», eseguita non oltre il 1849 e riscoperta da Gossett solo nei nostri anni Sessanta, quindi riproposta di recente a Chicago) scritta da Verdi addirittura su sollecitazione di Rossini per Nicolai Ivanoff, giovane tenore russo protetto dal compositore del «Barbiere» che avrebbe appunto dovuto cantarla come Foresto nell’edizione triestina dell’autunno 1846. Alla guida di Orchestra e Coro del San Carlo ci sarà Nicola Luisotti, dal dicembre 2000 bacchetta affermatasi in occasione delle celebrazioni verdiane e nei prossimi mesi chiamato da alcuni dei Teatri di maggior prestigio internazionale (il Met di New York, il Covent Garden di Londra, l’Opera di Houston, di Seattle, di San Francisco, il Real di Madrid, la Suntory Hall di Tokyo) per il grande repertorio italiano. Di primo livello, va sottolineato, è il cast, con il ritorno a Napoli – dopo il debutto italiano avvenuto proprio al San Carlo, nel ’78, con il Requiem di Verdi diretto da Patanè e un recital per le Settimane di Accardo, sempre al Lirico ma nel maggio dell’’89 con Arie di Rossini e Verdi, compresa il «Mentre gonfiarsi l’anima» dall’«Attila» - del celebre basso-baritono statunitense classe ’42 Samuel Ramey. Al suo fianco, e per la prima volta al San Carlo, canterà l’Odabella di Andrea Gruber. Completano la compagnia Vladimir Stoyanov (Ezio), Giuseppe Girali (Foresto), Deyan Vatchkov (papa Leone I) e Gianluca Floris (Uldino).Paola De Simone
IL MATTINO 13/1/2005
Donatella Longobardi Dunque «Attila» va in scena regolarmente stasera alle 20.30 con l’atteso Ramey. Ma l’agitazione resta. Ormai i tempi sono serrati. E i lavoratori allarmati. I timori di una irreversibile crisi economica di fronte agli ultimi tagli fatti al Fus, il Fondo unico per lo spettacolo, mantengono tutti col fiato sospeso. Il sindaco Iervolino, che ieri mattina ha sentito per più di due ore una delegazione di lavoratori del San Carlo accompagnati dai rappresentanti sindacali di categoria, ha fatto quanto poteva. E ha assicurato che fin dai prossimi giorni metterà in piedi un tavolo di confronto con Comune, Regione e Provincia per cercare di trovare le risorse necessarie a mandare avanti il teatro e, soprattutto, a garantire gli stipendi, oltre il mese di marzo, data limite che aveva fatto scattare l’allarme e lo sciopero. «Far rientrare lo sciopero è un ennesimo atto di responsabilità cui non potevamo sottrarci», dice Osvaldo Barba della Slc-Cgil, «ma ormai servono impegni reali, i lavoratori sono stanchi di promesse, servono i fatti». Ed ecco, allora, che tutte le segreterie di categoria hanno chiesto congiuntamente una formalizzazione di crediti e debiti del teatro. Insomma, chiedono di avere dati chiari circa la situazione economica e di sapere se sono veri quei 50 milioni di deficit di cui si parla. Anche di questo s’è discusso nella lunga assemblea del pomeriggio di ieri, seguita all’incontro con il sindaco. Un’assemblea dai toni accesi in cui sono state chieste le dimissioni della Rsu (il sindacato interno) - che ha poi rimesso effettivamente il mandato nelle mani del confederali - ma anche del sovrintendente Lanza Tomasi. «Serve una maggiore trasparenza di gestione e prendiamo atto delle sollecitazioni dei lavoratori», ha detto Pasquale Cozzolino, della Fistel-Cisl, «ma crediamo anche che la Rsu da tempi lunghissimi stia discutendo di temi che vanno molto al di là delle sue responsabilità». Ecco perché al tavolo convocato con gli enti locali siederanno solo i sindacati confederali e di categoria, in attesa che si decidano le sorti del sindacato interno. «Il nostro obiettivo», ha detto Domenico Cascone, della Uilcom-Uil, è di affrontare una volta per tutte l’emergenza San Carlo. Dobbiamo avere garanzie circa gli stipendi per tutto il 2006 e avviare il risanamento. Da più di un anno aspettiamo un piano industriale per individuare eventuali sperperi e le strade per risanare i bilanci, ma manca ancora un progetto. E i lavoratori sono stanchi, veramente stanchi». Di fronte a tanto allarme una buona notizia: il successo a Siviglia della «Giselle» messa in scena dal corpo di ballo del teatro diretto da Elisabetta Terabust. Proprio quel corpo di ballo che è uno dei settori del teatro più a rischio estinzione.